Non c’è dubbio che comunicare bene aiuti a vivere meglio. Evitando equivoci, malintesi, fraintendimenti e magari divertendosi un po’ di più.
Invece ci capita di utilizzare il linguaggio in modo del tutto inconsapevole. Misconoscendo strutture di cui ignoriamo il nome e perfino l’esistenza. Che potrebbero regalarci passaggi di grande bellezza e incredibili giochi di equilibrismo.
Provare per credere, consigliava una vecchia televendita.
Dunque proviamo. Che abbiamo da perdere?
Il primo esempio ce lo regala Cesare Marchi, nel suo fortunato saggio Impariamo l’italiano, citando una frase alquanto singolare: il capitano capitanò l’assalto, cose che capitano.
Guarda tu che cosa si riesce a combinare con il semplice spostamento di un accento!
Volendo proseguire, senza nemmeno la fatica di dover spostare alcunché, ci imbattiamo in un genio di nome Achille Campanile:
Il fiorellino: – che bella cosa essere nato vicino a te. Così mi ripari dalla pioggia. Ma dimmi: sei un vero ombrello o fungi da ombrello? –
Il fungo: – fungo. –
Tirando innanzi come Amatore Sciesa non arriviamo al patibolo, ma al cospetto di un altro grande funambolo della lingua, quel Gianni Rodari che ha scritto autentici capolavori della letteratura per l’infanzia:
Per colpa di un accento
un tale di Santhià
credeva d’essere alla meta
ed era appena a metà
Questi tre piccoli, ma divertenti passaggi, oltre all’indubbio talento dei loro autori, sfruttano degli specifici meccanismi linguistici chiamati figure retoriche.
Ne esistono tantissime, così tante che si è sentita la necessità di classificarle innumerevoli volte, con il pregevole risultato di aumentare la confusione di noi comuni mortali.
Ne udiamo di continuo, al bar sotto casa e nei cenacoli intellettuali, dalla massaia e dal poeta. La politica ci sguazza, la pubblicità ne abusa, ma quanti, anche tra gli addetti ai lavori, le conoscono e le riconoscono davvero, incontrandole e soprattutto adoperandole?
Elencarle tutte sarebbe quasi impossibile e non è certo il caso di tirar fuori l’ennesima classificazione. Basterà ricordare alcuni celebri esempi, dando loro nome e cognome.
– Odi et amo, lamentava Catullo. Non fronda verde, ma di color fosco, cantava Dante nell’Inferno.
Entrambi usavano quindi la figura chiamata Antitesi, cioè l’accostamento di parole o frasi di significato opposto.
Qualche anno dopo Nino Manfredi, accostando alle labbra la tazzina esclamava: più lo mandi giù e più ti tira su.
Slogan di grande successo che non era solo antitetico, ma sfruttava anche il meccanismo dell’Anafora, altra figura che consiste nel ripetere la stessa parola all’inizio di frasi successive.
– Leopardi elogiava la viva morte, Manzoni la provvida sventura e Ungaretti l’Allegria di naufragi, che al netto di tutte le licenze poetiche, dal punto di vista del naufrago potrebbe essere letta come mera provocazione.
In tempi più recenti Aldo Moro auspica convergenze parallele, una compagnia di volo promette ai clienti un caldo inverno, Sandro Veronesi scrive Caos calmo e un marchio di moda osa definirsi contemporaneo fin dal 1837.
Comunque vada, siamo sempre in presenza di un Ossimoro, simile all’antitesi, ma con un termine determinante sull’altro. Interessante notare come l’ossimoro stesso lo sia a sua volta, derivando dalle parole greche ὀξύς, acuto e μωρός, ottuso.
– Nella Chanson de Roland l’eroe, in punto di morte, apostrofa la sua spada. Dante, arrivato in Purgatorio, si rivolge al nostro paese con gli abusati versi: Ahi! serva Italia, di dolore ostello. Qualcuno, al giorno d’oggi, parla a nuora perché suocera intenda. Con scarsi risultati, in specie se entrambe gli appartengono.
Eroici o meno, comunque, tutti utilizzano l’Apostrofe, l’appellarsi a un interlocutore ideale, diverso da quello reale.
– A mio umile avviso, secondo il mio modesto parere, mi corregga se sbaglio, senza dimenticare il mitico lei mi insegna, insuperabile esempio di umana ipocrisia.
Frasi d’uso comune trasudanti umiltà. Ecco il Cleuasmo, ovvero lo sminuirsi, per attirare maggiori simpatie.
Come dire che un liquore è bevuto nei peggiori bar di Caracas, anche se lì forse gli intenditori non mancano.
– Saprà il nostro governo essere all’altezza dei difficili compiti che lo attendono? Oppure: che vuoi di più dalla vita?
E bisogna ammettere che, a prescindere dalla marca, con certi esecutivi l’amaro è più che consigliato.
Sono entrambe Interrogazioni, o domande retoriche. Finte richieste di cui, specie in politica, la risposta è facilmente intuibile.
– Il poeta Seneca, nelle Lettere, scrive: Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est (nessun vento è favorevole per chi non sa verso quale porto è diretto)
La frase, che sembra tratta da un portolano, è in realtà una Metafora, figura retorica caratterizzata dalla sostituzione di uno o più termini con altri di diverso significato.
Anche noi ricorriamo spesso alla metafora, per esempio quando definiamo qualcuno un orso, per sottolinearne l’asociale scontrosità, oppure uno stronzo, con altri e ben chiari sottintesi.
Il vero fuoriclasse della metafora fu il poeta greco Pindaro, che ne abusò a tal punto da far definire voli pindarici tutte le digressioni immaginifiche. Chissà, forse anche lui consumava quella bevanda che ti mette le ali.
– Ascolto Bach (quando mi telefona) amo Cervantes (che non vuole saperne) mando giù una tazza (a rischio di strozzarmi). Succede anche che ci offrano due dita di Milano da bere. A piccoli sorsi, si spera.
Sono tutte Metonimie, sostituzioni di una parola, con un’altra che abbia con la prima una relazione di tipo qualitativo, l’autore per l’opera, il contenente per il contenuto, il luogo di produzione per il prodotto, ect.
– Se diciamo che c’è una vela all’orizzonte, va da sé che c’è il resto della barca attaccata sotto.
Parimenti, se un australopiteco omaggia una bella ragazza dandole del pezzo di… possiamo dedurne che la pulzella in questione possegga comunque tutte le altre parti anatomiche essenziali.
Perché si sta utilizzando la Sineddoche, simile alla metonimia, ma con una relazione di tipo quantitativo. La parte per il tutto, il singolare per il plurale e così via.
– Di un bimbo monello diremo che è un Attila, o un vandalo. Di una persona particolarmente intelligente che è un Einstein, di un bel fusto che è un Adone.
Chi ci illustra i monumenti di una città ci avrà fatto da Marco Tullio Cicerone, chi aiuta gli artisti è un Gaio Cilnio Mecenate, chi tradisce è un Giuda Iscariota. Anfitrione era un antico re molto ospitale, Cafo un legionario romano abbastanza maleducato.
Ladies & gentlemen ecco a voi l’Antonomasia, che consiste nell’attribuire a qualcuno il nome di un personaggio di cui sono ben noti pregi o difetti.
Oltre che dalla storia, l’antonomasia attinge spesso dalla letteratura. Per cui le perpetue dei parroci prendono nome da quella che si prendeva cura di don Abbondio, Sosia è il personaggio di una commedia di Plauto, a cui Mercurio si sostituisce imitandolo nell’aspetto e chiunque intraprenda imprese impossibili è un Don Chisciotte.
Insomma, basta la parola!
– Kandiskij, in un suo controverso saggio, parlò di Suono giallo, Quasimodo scrisse l’Urlo nero e Petrarca cantò le chiare, dolci acque.
Anche se un detersivo ci promette un pulito profondo, stiamo ascoltando una Sinestesia, l’accostamento di parole provenienti da piani sensoriali diversi.
– Oggi non mi sento molto bene. Quel tale non è certo un genio. Manzoni, nel descriverci don Abbondio spiega che: non era nato con un cuor di leone. Interrogato dal papa sull’autenticità della Sindone, un concilio di porporati, dopo lungo studio, concluse con un non sustinetur. Dulcis in fundo, uno spot degli anni ’80 propagandava le virtù di una siringa niente male.
Ecco la Litote, nient’altro che l’affermazione di un concetto tramite la negazione del suo contrario.
Celeberrima la doppia litote con triplo avvitamento carpiato di Benedetto Croce nel suo “non possiamo non dirci cristiani”, che pur prestandosi a qualche obiezione di logica, meriterebbe l’oro in una gara di tuffi.
– Sempre Alessandro Manzoni affermava di avere solo venticinque lettori, Eugenio Montale millantava di aver disceso un milione di scale e Reinhold Messner per celebrare un liquido insapore, incolore e inodore adoperava ben tre superlativi.
Nient’altro che Iperboli, esasperazioni descrittive per eccesso o difetto.
Capita un po’ a tutti di usarle, narrando mitiche imprese amatorie, sportive, venatorie o semplicemente il nuovo record da casello a casello. Prova ne sia che l’aggettivo iperbolico non è usato solo per stigmatizzare cifre poco credibili o smodate quantità, ma anche i tanti, forse troppi, baroni Münchhausen che infestano i bar Sport.
– Cesare, uomo di gusti alquanto versatili, era soprannominato il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti, mediante la già vista figura dell’inversione.
Però, sempre a causa delle sue disinvolte abitudini, fu oggetto di così tanti bisbigli da meritare un trattato a parte.
Uno dei pettegolezzi riguarda una certa Servilia, che ottenne dei terreni demaniali a prezzo vantaggioso, concedendo in cambio a Caio Giulio, pare, i favori della figlia Tertia.
Cicerone, che non lo amava particolarmente, partorì per l’occasione un commento al vetriolo. Quo melius emtum sciatis, disse, nam Tertia deducta est.
Il prezzo è ancora migliore di quanto pensiate, poiché ne è stata dedotta la terza parte. Oppure, a voler pensare male, Tertia direttamente.
Questa figura prende il nome di Politotto, e si ottiene utilizzando una parola con doppio significato anche più volte in posizioni diverse.
Invece accostare due parole di suono simile e significato diverso prende il nome di Paronomasia. Come quel creativo che, anni fa, propose la birra che birrei, facendo rimpiangere a molti puristi l’abolizione della pena di morte.
– L’Ariosto, nell’Orlando Furioso, cantava le donne, i cavalier, l’armi, gli amori, mentre uno sgrassatore, più modestamente, prometteva a sporchi estremi, estremi rimedi.
Non importa. Si tratta in ogni caso di Chiasmo, l’incrocio immaginario tra due coppie di parole.
– In una famosissima pubblicità, alcuni anni fa, un tizio con pesante accento siciliano esclamava: io ce l’ho profumato! In un’altra, si cantava: quando è grosso così, è un piacere morderlo!
Ecco il trionfo dell’Ellissi, l’omissione di una o più parole che è possibile sottintendere. O, ad libitum, equivocare.
– Il poeta latino Ennio, nei suoi Annales, si divertì a inserire versi come questo: O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti! (O Tito Tazio, tiranno, tu stesso ti attirasti atrocità tanto tremende!)
Un difficilissimo caso di Allitterazione, la ripetizione di uno o più suoni all’inizio di vocaboli successivi, producendo un effetto omofonico.
Come una nota merendina che, senza pretesa di restare negli annali, ti tenta tre volte tanto.
Insomma, romani o italiani, antichi o moderni, non possiamo non usare le figure retoriche, profonde altezze di linguaggio. Leniscono la fame dei poeti e ne perdurano la fama, entrano ed escono nel nostro parlare come una trentina di trentini trotterellanti all’inseguimento di una trentina bionda sulla trentina.
Grazie a loro, posso risparmiare oro, non facendo fattura al finanziere. Posso curare i complessi di un intero complesso, al cospetto di un consesso di illustri sconosciuti. Posso emettere un verso dal suo giusto verso, mentre mi verso un bicchiere di invecchiato.
E soprattutto, metafora di metonimie, mi permettono di amare ancora di più la lingua della terra che mi ha creato.
