Intelligenza artificiale: la divulgazione scorretta che impedisce la discussione

È sempre interessante leggere di intelligenza artificiale. Non tanto perché il suo ingresso nelle nostre vite sta cambiando il nostro modo di vivere come le strutture che ne sono alla base (finanza, medicina, comunicazione), piuttosto perché usando Google per arrivare alle ultime notizie, i risultati si dividono in due categorie nettissime e opposte fra loro: l’informazione generalista dei quotidiani e quella specializzata. La prima si dedica all’argomento ogni volta che una super potenza mondiale rilascia comunicati sulle cifre esorbitanti che spenderà nel prossimo futuro per ottenere la supremazia tecnologica su qualcosa che arriverà nel futuro e che qualsiasi cosa sia, ma di questo non ne scrivono, sarà pericolosa e annienterà la razza umana. La seconda, decisamente più interessante anche se meno affascinante del complesso di Frankenstein, scrive di come ormai quotidianamente le applicazioni delle intelligenze artificiali stiano migliorando le capacità dell’uomo nell’affrontare sfide sempre più complesse.

Il pensiero delle macchine che avranno il sopravvento non è tanto stimolante quanto la notizia che una AI sta già aiutando i medici ad analizzare e ridurre, con una precisione e una efficacia prima impensabili, il numero di letture inesatte delle tac ai polmoni di pazienti fumatori; oppure che una squadra inglese della settima divisione calcistica stia migliorando le proprie prestazioni scalando la classifica dopo che una AI – analizzando i dati delle prestazioni degli avversari dei pre e post partita, dettagli e tattiche – ha premesso loro di sviluppare preparazioni più complete e specifiche.

Non è solo anacronistico pubblicare notizie roboanti su un futuro distopico, è scorretto perché nega una realtà che già esiste: è una intelligenza artificiale che negli smartphone di ultima generazione posseduti da molti di quei giornalisti a rendere più belle le loro foto o ad adattare la luminosità degli schermi all’ambiente circostante.

Non si tratta di ingenuità: è certo che l’argomento pone questioni di carattere economico ancora prima che etico. Si prospetta infatti una sostituzione di lavori, attualmente affidati all’uomo, verso macchine controllate da una intelligenza artificiale e questo non riguarda solo mansioni ripetitive o pericolose; per esempio una grossa perdita di lavori sarà legato al brokeraggio finanziario in tutto il mondo, Stati Uniti in testa. Anche in Europa si discute di questo profondo cambiamento: se e come applicare una futura tassazione ai “robot” e in che modo si potrà compensare la grande perdita di posti di lavoro umano mantenendo uno stato sociale.

Il punto è che non esiste un noi ed un loro, non è Matrix, perché senza che qualcuno che ponga delle domande, degli obiettivi a queste intelligenze artificiali, queste non avrebbero alcuna risposta da cercare e nessuna mole di informazioni da analizzare. E se anche Nick Bostrom, filosofo statunitense punto di riferimento di Elon Musk, si lascia andare a descrivere futuri in cui queste intelligenze ci supereranno e in cui gli uomini saranno un ostacolo al loro concetto di efficienza, la realtà resta ancora quella che è l’uomo a creare il futuro con strumenti sempre più complessi e raffinati per obiettivi ancor più ambiziosi e raggiungibili.