Sicurezza, cyberspionaggio e censura: garanzie e rischi in un mondo che cambia

Insieme al numero di persone connesse, in Italia il 92% della popolazione secondo i dati diffusi ad inizio anno da Hootsuite e We Are Social, cresce anche il numero di attacchi hacker. L’associazione italiana per la sicurezza (Clusit) indica che nel 2018 gli attacchi sono stati 129 al mese, una crescita del 38% rispetto alla media dei dieci anni precedenti e prevede un ulteriore aumento, fino a 150 attacchi mensili, per il 2019. Tra questi, la percentuale di cyber spionaggio è cresciuta di un impressionante 57,4%; anche se al primo posto restano gli attacchi di crimine informatico che rappresentano il 79% del totale, con un più 43% rispetto all’anno precedente.

Sebbene l’Italia non sia una paese all’avanguardia nella gestione della sicurezza della rete – con una spesa nel 2018 pari allo 0,05% del PIL – le cose cambieranno da noi come nel resto d’Europa, con l’introduzione del nuovo regolamento europeo Cybersecurity Act che mira a creare dei framework di certificazione di sicurezza riguardo prodotti, processi e servizi uniformi, per una maggiore e migliore integrazione del mercato unico digitale.

Il concetto che sta alla base della nuova regolamentazione europea, è quello di introdurre la cosiddetta “sicurezza funzionale”, un passo avanti dalla sicurezza difensiva applicata finora. Questo nuovo processo, garantito dall’ottenimento di una certificazione – per ora volontaria e a più livelli – prevede di creare strutture sicure al momento della progettazione (security by design) e quindi non più applicate successivamente.

Una scelta molto diversa da quelle attuate anche recentemente da stati nazionali e potenze mondiali che si trovano a gestire lo stesso aumento di attacchi che ha riscontrato anche il nostro paese; ma, se per l’Europa il discorso sulla sicurezza riguarda soprattutto quella dei cittadini e delle imprese, in paesi come Russia e Cina ha a che fare anche con il libero accesso e la censura. La Russia ha infatti creato una rete in grado di sganciarsi completamente da Internet in caso di attacchi esterni, ma in grado di funzionare all’interno dei confini nazionali; la Cina perdura nella gestione esclusiva della rete e continua ad applicare una forte censura controllando accessi e contenuti, anche con l’aiuto di intelligenza artificiale. Per esempio lo scorso 15 Maggio, con l’avvicinarsi del 31° anniversario delle proteste di Piazza Tienanmen (4 Giugno 2019), ha deciso di oscurare l’accesso a Wikipedia in tutte le lingue disponibili. Inoltre, per la prima volta, abbiamo visto come i concetti di spionaggio, sicurezza e censura non siano solo questioni strutturali o di sistema, ma una vera e propria battaglia che si svolge attraverso i contenuti diffusi sui social media.

Il caso di Facebook e Cambridge Analytica è stato solo il primo e più eclatante di uso non legale di dati a fini politici. Se da un lato Mark Zuckerberg ha potuto giustificarsi con l’ottenimento fraudolento dei dati degli utenti raccolti da un’app mascherata da ricerca universitaria, dall’altra con la frase ormai famosa pronunciata davanti alla commissione del senato “We run ads” (noi forniamo pubblicità), non ha solo illuminato un confuso senatore che non capiva come Facebook guadagnasse tanto senza vendere dati, ma ha anche implicitamente sottolineato come Facebook non praticasse un vero controllo di validità sui contenuti sponsorizzati e sulle pagine che ospitava; ovvero non operasse alcuna vigilanza sulla diffusione di quelle che giornalisticamente sono definite Fake News.

Ovviamente dietro a questo concetto si nasconde una realtà più complessa. Come riporta il sito stopdisinformation.com, bisogna stabilire prima cosa sia frutto di cattiva conoscenza (misiformation) e cosa invece sia vera e propria disinformazione creata ad arte con obiettivi precisi. Scegliere di applicare delle forme di censura, come la recente chiusura da parte di Facebook Italia di 23 pagine con più di 2 milioni di followers, pone la questione non solo di distinguere la disinformazione propriamente detta dalla cattiva informazione, ma pone dubbi sui criteri con cui queste scelte vengono fatte, che restano esclusivi e discrezionali alle aziende stesse e rischiano di censurare forme giustificate di cyberattivismo e protesta nella lotta alle tecniche più avanzate dell’opinione pubblica.