La comunicazione, come molte altre cose, vive di corsi e ricorsi. Ci sono state epoche in cui parlare per meno di mezza giornata equivaleva a tacere e altre che invece privilegiavano messaggi secchi e modalità sbrigative.
La buonanima di Abramo Lincoln, nella piana di Gettysburg, ci mise meno di dieci minuti per esprimere il proprio pensiero politico e quel pacioccone di Oliver Cromwell ne utilizzò ancora meno, per liquidare i miserabili mercenari del Long Parliament. All’altro capo, Marco Tullio Cicerone impiegò quasi un mese di orazioni, per significare a Lucio Sergio Catilina di aver definitivamente perso la pazienza e cinque libri, più una prefazione, per riassumere il vasto curriculum penale di tale Gaio Licinio Verre, primo e non certo ultimo politico italiano accusato di corruzione. Il concilio di Nicea necessitò di ben 36 giorni per unificare una chiesa, mentre Martin Lutero riuscì a frammentarla inchiodando su una porta, con gran gioia dei proprietari dello stabile, un pezzo di carta con 95 proposizioni. Un annetto di marcia in Medio Oriente fruttò a Senofonte materiale per un’opera in sette volumi, mentre dopo sei mesi nelle steppe russe, Napoleone si limitò a uno stringato bollettino, in cui comunicava ai sudditi che la Grand Armée aveva perso duecentomila uomini, ma la salute di Sua Maestà, Dieu merci, non era mai stata migliore. Al cardinale Armand Jean du Plessis de Richelieu erano sufficienti sei righe del più onesto degli uomini, per trovare materiale sufficiente da farlo impiccare.
Cesare Beccaria, per giungere alla medesima conclusione, non si sarebbe accontentato nemmeno una confessione in triplice copia. E per dimostrarlo scrisse un saggio di 17 capitoli considerato, per i tempi, abbastanza breve.
Era l’alba del ‘900, quando il tovarishch Vladimir Il’ič Ul’janov, in arte Lenin, dichiarò dinanzi all’assemblea dei Soviet di preferire “le affermazioni chiare, seppur ristrette e insofferenti, alle verbosità morbide e sfuggenti.” Pochi decenni dopo il compagno Nikita Chruščëv aprì i lavori del XX Congresso del PCUS leggendo una succinta relazione di cinque ore e mezza. Sono solo esempi di una pendolarità che si è protratta fino ai giorni nostri. Se Silvio Berlusconi abbisognava di un’intera puntata di Porta a Porta, per spiegare alla famigerata casalinga di Voghera quanto fosse meraviglioso l’essere governati da lui, i politici odierni inseguono lo stesso obbiettivo con 280 caratteri di twitter. O, sempre più spesso, senza nemmeno una parola. Limitandosi a un selfie su Istagram in cui azzannano, di volta in volta, un maxiburger a tre piani, una porchetta di Ariccia o un Beluga vivo. Forse per dimostrare che il potere non li ha cambiati e occupano sempre, nella piramide alimentare come nel ciclo dell’azoto, l’identico posto.
Anche in campo pubblicitario, tanto per dirne una, si assiste allo stesso fenomeno. Un tempo i mitici spot del Carosello consistevano in una vera e propria pièce teatrale, della durata di svariati minuti, in cui solo all’ultimo e con molto ritegno, veniva pronunciato il nome del prodotto. Ma parliamo di un’altra epoca.
Della stessa RAI in cui, causa censura, non si poteva dire membro del parlamento, per tema di evocare sconce, quanto improbabili erezioni politiche. Il comune senso del pudore era all’ordine del giorno e le innocenti modelle degli spot, inquadrate ad altezza collo, si sbracciavano come olimpioniche di nuoto sincronizzato, per far capire all’utente medio che lo stick deodorante non se l’erano passato sulle ginocchia. Adesso in un messaggio di dieci secondi vengono condensate la tesi di una stipsi particolarmente ostinata, l’antitesi della vana ricerca di un rimedio e la giusta sintesi di un Bifidus che magicamente risolve, neanche fosse acqua di Lourdes. E se a Hegel viene una colica, sono fatti suoi.
Ma non è, ovviamente, solo un problema di comunicazione pubblica, politica o commerciale che sia. Fino a pochi anni fa la signora Maria, ostendendo in balcone i sacri e immacolati panni, ciacolava a lungo con la dirimpettaia, dissertando sul tempo, sul carovita o sullo stato di salute delle rispettive prostate maritali. Adesso le massaie si scambiano tutt’al più qualche frettoloso like su Facebook, sotto la foto dell’appena sfornata torta light al cacao. Senza burro, senza uova e soprattutto senza cacao.
Il processo di espansione-contrazione del linguaggio, insomma, è un fenomeno che investe l’intera popolazione e coincide ciclicamente con determinate fasi storiche. È evidente che in questo momento stiamo attraversando una fase di contrazione. Spot brevissimi, slogan sintetici, hashtag di due parole. Da cosa dipende? Cicerone arringava un senato che era simbolo e strumento della grandezza di Roma. Carosello nacque per indirizzare i consumi di un’Italia in pieno boom economico. Cromwell parlava a un’Inghilterra scossa dalla guerra civile, Lincoln a un’America dilaniata dalla secessione.
La comunicazione, in ultima analisi, non è un semplice atto di interazione, ma la diretta espressione del grado di fiducia e di soddisfazione di una società. Un indice, molto più accurato del PIL, per misurare il tasso complessivo di felicità circolante. E chi crede che il fenomeno sia causato dalle recenti scoperte tecnologiche, commette lo stesso errore metodologico di chi attribuisce al frigorifero la colpa della propria obesità. La tecnologia è figlia degli investimenti economici e l’economia segue sempre la linea di minore resistenza, avvallando le derive dell’epoca. L’aratro venne inventato dopo il passaggio dal nomadismo alla stanzialità e non viceversa. Prova ne sia che nell’era delle comode tastiere avremmo dovuto, semmai, assistere a una gigantesca espansione del linguaggio e non a una sua rarefazione. Mentre il povero Dante Alighieri, con il multitasking di una piuma d’oca e l’app di una fumosa candela, invece di trascendere fino all’amor che move il sole e l’altre stelle, avrebbe dovuto arrendersi all’immanenza del tunnel carpale quando ancora brancolava per selve oscure.
Il vero burattinaio del linguaggio è il comune sentire, la Mente Collettiva che presiede allo spirito dell’epoca. Culture e società fiduciose nel futuro tendono all’apertura e di conseguenza alla moltiplicazione, in qualità e quantità, delle modalità comunicative. All’inverso, società timorose dell’avvenire si chiudono e abbisognano di messaggi facili, rassicuranti, immediati, per tacitare le ansie collettive.
La nostra è un’epoca dominata dalla Paura, termine vago quanto simbolico acronimo di molte, troppe paure più piccole, più o meno reali.
Il cancro, l’inquinamento, la disoccupazione, l’impoverimento, il terrorismo islamico, le presunte invasioni migratorie. E poi i vaccini, le scie chimiche, i rapimenti alieni, il glifosato, il signoraggio bancario. Un vortice di timori, alimentato artificialmente per ottenere qualche like in più o crescere di uno zero virgola nei sondaggi, contribuendo alla deriva comunicativa con un linguaggio sempre più rattrappito. Poco importa se certe minacce sono meramente virtuali, totalmente inventate o comunque ingigantite dai media.
Un grande storico come Johan Huizinga, in tempi non sospetti, ricordava con somma lucidità che: “anche le illusioni fanno parte della realtà”. Ragionamento che vale per le illusioni positive come per quelle negative. Una minaccia illusoria, per chi la teme, è altrettanto reale della terra su cui cammina. Ma non bisogna disperare. Essendo un fenomeno ciclico, non appena usciremo da questo medioevo ad alta tecnologia il linguaggio riprenderà a espandersi. Torneranno i discorsi fiume, le dichiarazioni programmatiche, i poemi interminabili, i romanzi di ottocento pagine.
La signora Maria riprenderà a spettegolare amabilmente dal vivo con la dirimpettaia e noi, oltre ad apprendere in tempo reale tutti i fatti suoi, potremo forse nuovamente gustare una torta al cacao come si deve.
