I nuovi nomadi

Ti invito al viaggio
in quel paese che ti somiglia tanto
(Manlio Sgalambro – Invito al viaggio)

Chi sono i digital nomads?
Coraggiosi fortunati, per chi li guarda con invidia da un grigio cubicolo in polistirene, con le pareti tappezzate di poster dei Caraibi.
Svalvolati senza radici, per i tradizionalisti che non sanno rinunciare al sugo di mammà e allo scopone scientifico al tavolino del Bar Sport.
In realtà si tratta di persone che, potendo lavorare on-line, hanno scelto di condurre un’esistenza stimolante e diversificata, spostandosi di continuo da un paese all’altro.
Un fenomeno interessante e, secondo le statistiche, in costante aumento. Così, per saperne un po’ di più e capire se dobbiamo davvero invidiarli o meno, ho pensato di parlarne con una vecchia amica che, ormai da diversi anni, vive quest’esperienza.

Laura è una ragazza italiana, laureata in antropologia, che dopo una serie di soggiorni all’estero, per lavoro e ricerca, si è trasformata in nomade digitale. Con la dolcezza e la disponibilità che sempre la contraddistingue, ha accettato di partecipare a questa intervista.

D: Cominciamo con una domanda banale. Navigando su internet ne ho trovate parecchie, ma ci terrei ad aver la tua definizione di digital nomad. Se ce n’è una.
R: Non direi, ci sono molti dibattiti, ma alla fine ci definiamo in base ai percorsi che abbiamo intrapreso. Condividiamo il fatto di essere indipendenti dal luogo e perciò di non aver limiti sul dove vivere, se non per questioni di visti o budget. Ci sovrapponiamo spesso alla figura dell’expat (chi lavora all’estero) ma siamo molto più indipendenti e mobili.

D: Posso chiederti in quali paesi sei stata? E quale sarà il prossimo?
R: Un po’ dappertutto, mi manca solo il Sud America. Non ho idea della prossima destinazione, tendo a decidere all’ultimo momento.

D: Com’è nata quest’esperienza? Digital nomad lo eri già in qualche modo e hai scoperto che il mondo di aveva appiccicato un’etichetta, oppure lo sei diventata dopo averne sentito parlare?
R: Sono passata da expat a digital nomad negli ultimi quattro o cinque anni. Molti nascono digital nomad, ma tanti già vivevano in altri Paesi lavorando per compagnie o università. Alle volte si mantiene lo stesso datore di lavoro, ma da remoto.

D: L’uomo nasce nomade e nel tempo diventa stanziale. Secondo uno studio, entro i prossimi 15 anni i digital nomads potrebbero superare il miliardo di persone. Stiamo tornando alle origini?
R: La scelta nomade presuppone tutta una serie di caratteristiche personali che non molti hanno. Tutto evolve. Ci saranno nuove formule, ma non marce indietro.

D: Il nomadismo era causato dall’esaurimento delle risorse in una data zona. Quello attuale? È legittimo ipotizzare che anche stimoli e curiosità siano in qualche modo delle risorse che, una volta esaurite, spingono a trasferirsi altrove?
R: Il nomadismo era in passato un fenomeno complesso, non dovuto solo alla mancanza di risorse. Alcune popolazioni sono ancora in parte nomadi e lo fanno per svariati motivi. Rientriamo anche noi in questa categoria.

D: Sulla carta sembrerebbe una bellissima scelta di libertà, ma immagino si incontrino anche notevoli difficoltà…
R: Ci troviamo a dover riorganizzare di continuo la nostra quotidianità. Questo implica rapidità di decisione e capacità di analisi, a dispetto di ogni differenza linguistica e culturale. Riusciamo a “lasciar andare” le cose. Può capitare di imbattersi in persone o situazioni estremamente piacevoli, ma ciò non altera lo scorrere degli eventi. Almeno dal nostro punto di vista. Non sarà mai una scelta di massa.

D: Supporti elettronici e multimediali a parte, c’è qualcosa che non dovrebbe mancare mai nel trolley di un digital nomad?
R: Nel mio ho sempre un tappetino yoga, un piccolo cuscino e un pezzo di sapone per bucato.

D: Questa scelta come si concilia con la gestione dei rapporti personali? Una storia d’amore, per esempio. O un figlio.
R: Possibile, ma difficile. Ci sono luoghi e gruppi online, per trovare un partner con lo stesso stile di vita. Però il più delle volte non si va oltre la conversazione via internet, visto che spesso siamo in parti opposte del mondo. Quello che, nella vita stanziale, chiameremmo “fare il primo passo”, per noi vorrebbe dire “prendere il primo volo”.

D: Il nomadismo digitale potrebbe rivelarsi un’opportunità di creare a sua volta lavoro, per quei paesi che sappiano offrire facilitazioni e servizi alla comunità nomade. In Italia com’è la situazione, da questo punto di vista?
R: Abbiamo gruppi di nomadi digitali online e qualcuno cerca di convertire la sua proprietà in un co-working space, ma siamo molto lontani da realtà come Bali e Chiang Mai. Manca, per esempio, la cultura del lavoro nei bar, che è uno dei pilastri del nostro modo di vivere. Un aspetto necessario, per incontrare nuove persone e non restare troppo isolati.

D: Se una persona, domani mattina, volesse creare nel nostro paese un’attività di supporto al nomadismo digitale, per esempio uno spazio di co-working, alloggi dedicati o altro, che consiglio gli daresti? Ci sono delle cose che dovrebbe sapere, per comprendere la differenza tra il nomade e il comune turista?
R: Ci serve un’ottima connessione internet e spazi comuni dove incontrarsi, per mangiare insieme e socializzare. Il tutto in un contesto che giustifichi la scelta di quella location. Basso costo della vita, bellezze naturali e culturali…

D: Quando spieghi ad altri la tua scelta, qual è la reazione prevalente? Curiosità o scetticismo?
R: Entrambi. Molto entusiasmo, ma anche voglia di riaffermare il proprio stile di vita. Cerco di evitare questo tipo di conversazioni, soprattutto in Italia.

D: Dimmi la verità, come ti immagini tra trenta o quarant’anni?
R: I coworking spaces stanno prendendo piede e credo che anche le strutture abitative per expats/digital nomads si stiano sviluppando velocemente. Alcuni paesi propongono già permessi di soggiorno a lungo termine e ci sono destinazioni privilegiate per i pensionati. Conosco pensionati che migrano da un luogo all’altro a seconda della stagione e parecchi di loro lavorano online. Pochi di noi fanno piani a lungo termine, ma siamo tutti fiduciosi. Un nomade è per essenza “street smart”. Non programmiamo, ma allo stesso tempo è molto difficile trovarci impreparati. Accumuliamo nuove competenze e conoscenza a ogni passo. Il trascorrere del tempo è una delle varianti del viaggio e il cambiamento non ci intimorisce.

Insomma, a sentire la mia amica, il nomadismo digitale è per qualcuno, ma non per tutti.
Poiché richiede indubbie capacità auto-organizzative, buona conoscenza di almeno una lingua straniera e quella che lei definisce “capacità di lasciar andare”. Il non permettere che eventi o persone, per quanto coinvolgenti, modifichino il nostro percorso.
Spingersi un pelino più in là del sano egoismo, diciamo così.
Naturalmente, come in tutte le manifestazioni umane, anche in questa esiste un’ampia gamma di sfumature, come testimoniato dai molti resoconti disponibili in rete.
L’unico dato certo è che si tratta di un fenomeno in costante aumento, che potrebbe interessare, da qui alle prossime decadi, quasi un ottavo della popolazione mondiale.
In realtà credo che, con il prevedibile ulteriore sviluppo dei mezzi di comunicazione e delle tecnologie legate al trasporto, queste percentuali andranno riviste al rialzo.
Andremo dunque incontro a una schizofrenica divisione dell’umanità, con una componente tenacemente stanziale e una che cambia continente con la stessa disinvoltura con cui si cambiano i calzini?
Difficile prevedere un futuro in continuo movimento, come dicevano Eraclito e il maestro Yoda, ma personalmente ritengo di no.
Più probabile invece che questo tipo di scelta investa l’intera popolazione in maniera trasversale, diversificandosi per fasce d’età, più che per tipologia caratteriale.
Una gioventù nomade che, dopo aver accumulato una mole di esperienze inimmaginabile per le precedenti generazioni, raggiunta una certa età, deciderà di tornare a casa o sceglierà un posto in cui finalmente fermarsi, per motivi prevalentemente fisici o psicologici.
Comunque, a prescindere da come andranno le cose, c’è un aspetto che non andrebbe sottovalutato.

Questo fenomeno offre già da ora concrete opportunità di sviluppo economico. Penso per esempio ai tantissimi paesini italiani, la cui esistenza è minacciata dallo svuotamento demografico e che, in termini di bellezze naturali, artistiche e storiche, non avrebbero niente da invidiare alle località più esotiche.
Perché il nomade digitale, ovviamente, i soldi guadagnati li spende nel posto in cui vive. Pagando l’alloggio, facendo la spesa tutti i giorni, comprando accessori e usufruendo dei servizi.
Una sfida che richiede imprenditori anche piccoli, ma lungimiranti e amministrazioni comunali illuminate, che sappiano garantire determinati standard e promuovere efficacemente il proprio territorio nei vari siti e blog frequentati dai nomads. Offrendo magari facilitazioni di qualche tipo, per essere competitivi con località in cui il costo della vita è decisamente più basso.
Siamo un paese in crisi, che ha da offrire tante cose, fuorché il lavoro per propri cittadini. Perciò una simile opportunità non andrebbe scartata, con la frettolosa supponenza che certa classe politica e imprenditoriale manifesta tradizionalmente verso tutte le iniziative che non contemplano appalti a molte cifre.

Attrezzare un paesino con un collegamento internet efficiente e uno spazio lavorativo comune costerebbe molto meno, in termini sia di denaro che di impatto ambientale, dei tanti, troppi ecomostri che hanno infestato la nostra penisola, per rimanere poi in vari stadi di sequestro o demolizione.
Mentre le ricadute, non solo economiche, ma anche umane, sociali, culturali, sarebbero incalcolabili.
In definitiva, il nomadismo digitale potrebbe rivelarsi una risorsa per tutti, nomadi e stanziali.

D’altronde Gunter Grass, qualche anno fa, parlando dei Rom disse che erano gli unici a potersi definire davvero europei, vivendo ovunque come a casa propria.
E allora chi, meglio dei digital nomads, potrebbe davvero definirsi cittadino del mondo?