A poco meno di due settimane dall’uscita della terza serie di Stranger Things su Netflix si può finalmente ragionare sulla comunicazione e il prodotto senza troppi rischi di spoiler.
La prima cosa, e sicuramente la più interessante, è stata la creazione di un grande evento: Dude agency (o unagency come si definiscono) e Netflix hanno certo saputo sfruttare la lunga attesa e il periodo estivo, scegliendo fra l’altro di uscire negli USA il giorno della festa dell’indipendenza dopo due anni di attesa con pochissime informazioni. Il presupposto è abbastanza semplice, Stranger Things fin da subito si è affermato non solo come narrazione ad episodi ma come un vero e proprio meta-brand che ha decretato il proprio successo giocando pesantemente, ma con un certo stile, sulle citazioni di film e fenomeni culturali degli anni Ottanta.
I nostalgici e i retromaniacs, patiti di serie tv e citazioni hanno trovato un compendio di molte delle proprie passioni; il titolo della serie, la sua rappresentazione grafica e la stessa Eleven, la protagonista con poteri paranormali, sono diventati a loro volta icona e citazione di un immaginario ben preciso.
Dude Agency ha già lavorato con Netflix Italia in campagne di branding molto riuscite, come Basta Netflix o il lancio della quarta serie di Blackmirror, scegliendo però questa volta di fare le cose in grande: invadere il più anni Ottanta dei canali generalisti della televisione sfruttando alla perfezione l’immagine di Italia1, arrivando così dritti al cuore del target principale: nostalgici, un po’ nerd con la passione per le immagini e la cultura pop.
Nella giornata del 3 luglio Italia1 ha riproposto molti dei cavalli di battaglia del suo palinsesto storico e con l’hashtag #Stranger80s e ha riportato sullo schermo dopo decenni il pupazzo Uan della trasmissione per bambini Bim bum bam in uno spot per la serie.
Questo tentativo di ibridazione tra piattaforma streaming e tv generalista, che in Italia è ancora la più guardata, è sicuramente riuscito, o almeno lo è per me visto che marco ogni casella nella lista del fan perfetto (e perché ho potuto rivedere i Goonies). Ha funzionato anche il party fatto a Roma alla piscina delle rose, pensato per un pubblico decisamente più giovane dove, oltre ad essere presenti due degli attori, sono stati fatti vedere in anteprima i primi due episodi della serie tra sdraio e ombrelloni a bordo piscina.
Fino a qui tutto perfetto, purtroppo però quello che non ha funzionato è la serie stessa: la lunga attesa e l’hype pazzesco hanno generato aspettative deluse poi proprio dalla sceneggiatura. Perdendo per strada i filoni originali del plot Stranger Things diventa un pastiche di rimandi e topos cinematografici così mal collegati da essere quasi noiosi. Le immagini invece, il centro commerciale da film da teenager, i colori, il product placement cauto e non eccessivamente invadente oltre agli abiti sgargianti sono perfetti, solo che la storia non è stata in grado di reggere così tanta strategia comunicativa.
L’unica scena veramente degna di nota è quella in cui Dustin canta alla radio con la fidanzatina The NeverEnding Story per il resto, fra zombie, sovietici e mall c’è poco per cui entusiasmarsi, un fenomeno che accade fin troppo spesso nella produzione culturale nazionale ed internazionale: “troppa” comunicazione e poca sostanza come se una compensasse l’altra, ma se ad ogni azione ne corrisponde una contraria ed opposta la delusione è ancora più forte.
