L’introvabile extraterrestre – le possibili soluzioni al paradosso di Fermi e qualche consiglio di lettura

“Is there anybody

out there?”

(Pink Floyd)

 

C’è qualcuno là fuori? O dovremmo pensarla come quel senatore repubblicano che, durante un dibattito parlamentare, consigliò alla Nasa di cercare vita intelligente a Washington, District of Columbia. Impresa che a lui, evidentemente, doveva sembrare già abbastanza ardua.
Lo spazio infinito ci appare, almeno per il momento, deserto e silenzioso, eccezion fatta per la sfera bianco-azzurra in cui abbiamo l’onore e il privilegio di abitare.
Uno dei primi ad affrontare razionalmente il problema, seppur in maniera un po’ estemporanea, è stato Enrico Fermi, premio Nobel per la Fisica nel 1938.
Un giorno, mentre era a pranzo con alcuni colleghi, la conversazione cadde sui flying saucers, i dischi volanti, e Fermi formulò un quesito di raggelante semplicità: where is everybody?
Dove sono tutti quanti?
Se una frase simile l’avesse detta il ragionier Amilcare, nel brusio di un bar Sport, sarebbe morta lì, finendo per annegare in un caffè corretto. Invece, uscendo dalla bocca di uno dei più grandi scienziati del ‘900, è passata alla storia come il paradosso di Fermi.
La frase apparentemente banale, sottintende un ragionamento estremamente logico. Se nella Via Lattea esistesse anche solo una civiltà tecnologica, nei tredici miliardi di anni successivi al Big Bang avrebbe avuto tutto il tempo di colonizzare l’intera galassia. Dovremmo quindi essere letteralmente sommersi dalle evidenze della sua esistenza. Messaggi radio, sonde, astronavi, relitti, reperti archeologici, souvenir alieni e residui di picnic.
Invece niente. Non c’è fenomeno apparentemente anomalo che non abbia rivelato, alle successive analisi, una chiara origine naturale. Dai segnali periodici delle pulsar, scoperti da Jocelyn Bell Burnell nel 1967 (e inizialmente soprannominati LGM, Little Green Men) alle variazioni di luminosità della stella di Tabby, causate molto probabilmente da immense nubi d
i polvere.
Un piccolo margine di incertezza perdura solo per il cosiddetto segnale Wow, una forte emissione a banda stretta captata nel 1977, ma la breve durata e l’assenza di ripetitività (nonché la stretta somiglianza con le emissioni radio dei nuclei cometari) non permettono di trarre conclusioni troppo ottimistiche.
Insomma, un universo vuoto sembrerebbe statisticamente improbabile (dopotutto stiamo parlando di 300 trilioni di galassie) ma l’osservazione suggerisce l’esatto contrario.
Siamo davvero soli?
In tutti questi anni sono state formulate una serie di ipotesi, nel tentativo di spiegare, o confutare, questo paradosso. Cercheremo di ripercorrere insieme le principali, dal punto di vista scientifico e da quello, non meno importante, della letteratura.

– Ipotesi della rarità della Terra:
Secondo questa teoria, la vita intelligente è estremamente rara, perché rarissime sono le condizioni che ne permettono lo sviluppo.
Una stella della giusta grandezza, un pianeta dotato di atmosfera e di una magnetosfera che lo protegga dalle radiazioni solari, un satellite di grandezza sufficiente a generare maree, ect. Troppi requisiti, perché il fenomeno possa ripetersi altrove.
C’è da dire che per alcuni questa non è neanche un’ipotesi, ma una sorta di geocentrismo evolutivo che non considera l’eventualità di altri possibili modelli di sviluppo. Un atteggiamento che molti ricercatori bollano come sciovinismo del carbonio. D’altronde anche qui sulla Terra, la vita si è adattata in ambienti estremamente diversi. Attribuire all’intero universo minore varietà di quella presente sul nostro pianeta significherebbe mancare di poeticità, prima ancora che di fantasia.
Oltretutto questa teoria è già stata parzialmente invalidata dalla scoperta di acqua su Marte e di immensi oceani sotto la superficie di Ganimede, Europa e probabilmente Plutone. Magari la vita non è così rara.
Per motivi facilmente comprensibili, la fantascienza ha sempre cordialmente schifato l’ipotesi di un universo deserto, con un’unica, importantissima eccezione, Isaac Asimov.
Tutti i suoi romanzi, incluso il famoso ciclo della Fondazione, sono ambientati in un cosmo dominato dall’Uomo e dai suoi servi meccanici, i robot. Vi consiglio di leggerlo perché, grazie alla bravura dell’autore, l’universo di Asimov non ha nulla da invidiare a uno brulicante di vita.

– Breve durata delle civiltà tecnologiche
Il nucleo di questa ottimistica teoria consiste nel ritenere fragili, nonché intrinsecamente instabili, le specie più evolute.
In effetti bisogna ammettere che le società complesse sono molto più facili da distruggere. Basterebbe un’eruzione solare particolarmente intensa, ça va sans dire, che inattivi la rete elettrica e satellitare, per riportarci al tardo medioevo.
C’è poi il rischio degli asteroidi.
Alle 07.14 del 30 giugno 1908 un corpo ancora sconosciuto (forse un nucleo cometario) entrò nell’atmosfera, esplodendo con una potenza di 15 megatoni. L’evento, fortunatamente, interessò duemila chilometri quadrati di foresta, in prossimità del fiume Tunguska Pietrosa, una zona disabitata della Siberia centrale. Fosse successo qualche ora dopo, avrebbe cancellato gran parte del nord Europa.
Eventi di questo tipo accadono con discreta frequenza e a tutt’oggi non c’è modo di evitarli, né di prevederli.
Come non ci sarebbe difesa contro un’eventuale pandemia innescata da virus tipo Ebola o da improvvise mutazioni di microorganismi più comuni. Pensiamo all’epidemia di Spagnola, che tra il 1918 e il 1920 uccise tra i cinquanta e i cento milioni di persone in tutto il mondo o la Peste Nera del XV secolo, che spazzò via un terzo della popolazione europea.
Infine bisogna considerare la non remota possibilità di un’autodistruzione, con inquinamento e armi nucleari come indiziati più probabili.
Però, anche se i motivi di apprensione non mancano, l’unica certezza è che siamo ancora qua. Quindi o siamo stati straordinariamente fortunati, o le pur fragili civiltà tecnologiche sono più coriacee di quanto si pensi.
Naturalmente il tema della distruzione ha sempre appassionato gli autori fantascienza, che nelle catastrofi ci sguazzano con sommo godimento. A chi volesse dilettarsi con molteplici eventualità di estinzione, consiglio la quadrilogia di James Ballard (Deserto d’acqua, Foresta di cristallo, Vento dal nulla, Terra bruciata) che coniuga sapientemente virtù letterarie e immaginifiche.

– First in, last out
Questa ipotesi (letteralmente: il primo a entrare è l’ultimo a uscire) è stata formulata da un gruppo di ricercatori russi. Secondo loro, una civiltà più evoluta finirebbe per spazzar via le altre, con il peso di una superiore tecnologia o semplicemente non accorgendosi della loro esistenza, come noi quando calpestiamo inavvertitamente una formica.
Se dovessimo prendere come riferimento il nostro passato, bisognerebbe concludere che la teoria è, ahimè, molto credibile. Basti pensare all’arrivo dei conquistadores in America o al tanto decantato impero romano, di cui Tacito disse: ubi solitudinem faciant, pacem appellant. Creano il deserto e lo chiamano pace.
L’unica speranza è che eventuali altre civiltà siano più mature e pacifiche della nostra.
Anche su quest’argomento la fantascienza si è sbizzarrita, descrivendo in mille modi la conquista della Terra da parte di una specie tecnologicamente più avanzata. Il primo esempio è forse La guerra dei mondi, di Herbert George Wells, la cui trasposizione radiofonica da parte di Orson Welles, nel ’38, gettò nel panico milioni di americani. Io però preferisco consigliarvi un’opera meno raffinata come Attenzione, dischi volanti! di B.R. Bruss (pseudonimo del francese René Bonnefoy) che rende appieno, con i suoi alieni semi-vegetali privi di individualità (allegoria di un comunismo in salsa marziana) e i suoi dischi argentei, un certo clima da Guerra Fredda.

– Esistono, ma sono troppo lontane
Per quel che ne sappiamo, la velocità della luce è una barriera fisicamente insuperabile. Nel senso che nessun oggetto dotato di massa, come per esempio un’astronave, può oltrepassarla. Questo limite, unito alle immense distanze, potrebbe impedire alle civiltà di entrare in contatto.
La teoria però non considera i possibili sviluppi tecnologici (anche la gravità era una barriera invalicabile, prima che si inventasse il missile) e soprattutto può essere valida per i viaggi spaziali, ma non certo per le comunicazioni.
Se i nostri segnali, come già detto, hanno già raggiunto tutte le stelle in un raggio di cento anni luce, quelli di civiltà più antiche e progredite dovrebbero essere captabili da tempo.
Il compito di cercarli se lo è assunto il SETI (Search for ExtraTerrestrial Intelligence) un’organizzazione scientifica privata che però, finora, a parte il controverso e già citato segnale Wow, non ha trovato nulla di significativo.
Naturalmente è possibile che altre civiltà usino tecnologie diverse dalle nostre o che i loro messaggi si confondano nella moltitudine di onde radio naturali presenti nel cosmo.
Un romanzo di fantascienza senza interazioni, pacifiche o violente, tra civiltà durerebbe non più di due paragrafi, di conseguenza le opere sull’argomento scarseggiano. All’opposto, abbondano le storie di messaggi da decifrare e contatti di qualsiasi tipo. Tra tutte segnalo Contact, di Carl Sagan. È un buon romanzo, senza essere un capolavoro, ma il suo autore, astronomo tra i più importanti del ‘900, è stato il fondatore del SETI.

– Ipotesi dello zoo
Secondo questa teoria, le civiltà più evolute eviterebbero ogni interferenza con la nostra, per non alterarne la naturale evoluzione. Arrivando a oscurare, ai nostri occhi, ogni traccia di altre forme di vita, finché non avremmo raggiunto un sufficiente grado di sviluppo.
Tra le varie ipotesi, sembra una delle più fondate, considerato che anche i nostri studiosi, quando scoprono tribù o ecosistemi ancora vergini, limitano al minimo le ingerenze, per gli stessi motivi.
Non c’è dubbio che il contatto con una cultura tecnologicamente superiore, per quanto benintenzionata, sarebbe potenzialmente pericoloso. Ogni conoscenza scientifica o culturale, risulterebbe sorpassata e anche i manufatti più avanzati diventerebbero poco più che tribali souvenir.
Gli unici limiti di questo ragionamento consistono nel fatto che esso presuppone un perfetto accordo tra le varie civiltà extraterrestri o l’esistenza di una, talmente superiore, da imporre la propria volontà alle altre.
Ovviamente è tra le teorie più apprezzate dagli ufologi. Come giustificare altrimenti il continuo viavai di astronavi, i miliardi di avvistamenti, rapimenti e contatti di ogni tipo, presenti nelle loro casistiche?
Gli alieni ci sorvegliano!
Dimenticando di spiegare per quale motivo un’intelligenza aliena, dopo aver scelto di nascondere la propria esistenza, dovrebbe invece palesarsi a casalinghe inquiete, studenti fuoricorso o macchinisti della transiberiana.
La fantascienza è piena di esempi sull’argomento. Dalla Prima Direttiva, ben nota ai fan di Star Trek, fino a 2001 Odissea nello spazio, di Arthur Clarke. C’è però un romanzo dello stesso autore, che merita ancora di più: Le guide del tramonto. Il destino ultimo dell’umanità, splendido e terribile, in un’aura di soffusa malinconia.

– Ipotesi del complotto
Questa supposizione ha valenza esclusivamente umoristica, essendo priva di qualsivoglia supporto logico e scientifico. L’idea è che i principali governi (o i famigerati poteri forti, la Nasa, i Boys Scout, l’Esercito della Salvezza) ci nascondano l’esistenza degli extraterrestri, per oscuri e variegati motivi.
Macchinazione perfida e crudele, quanto di scarsa efficacia. Dal momento che i complottisti riescono puntualmente a scoprire facce marziane, basi lunari e relitti di astronavi.
Insomma ‘sti poteri forti non devono essere granché.
Altrettanto comica, se non di più, l’ipotesi del finto sbarco sulla Luna, girato in studio niente meno che da Stanley Kubrick.
Uno scottante segreto, religiosamente custodito dalle migliaia di addetti al programma Apollo e perpetrato negli anni con la fattiva collaborazione dell’Unione Sovietica. La quale, nonostante le molte spie infiltrate all’interno del programma spaziale americano, non si è mai sognata di sbugiardare la trionfale impresa compiuta dall’acerrimo nemico. Per rispetto, probabilmente.
A differenza di cinema e tv (Capricorn One, X-Files) la letteratura di fantascienza non ha prodotto mai nulla di rilevante in materia di complotti. Forse perché i suoi grandi maestri, pur sforzandosi, non riuscivano a superare in fantasia le tesi di certi complottisti.

– Ipotesi della foresta oscura
Una teoria relativamente recente, formulata dallo scrittore cinese Liu Cixin all’interno di una trilogia fantascientifica di grande successo.
Essa coniuga l’istinto di sopravvivenza, comune a tutte le specie, con un universo dalle risorse limitate. Questo fa sì che le civiltà evolute tendano a nascondersi, per paura delle altre. Anche qui, la storia dell’Uomo tenderebbe, purtroppo, ad avvalorare questo concetto.
Poco tempo prima di morire Stephen Hawking disse: Un giorno potremmo ricevere un segnale, ma dovremmo essere prudenti nel rispondere. Quando gli indigeni americani hanno incontrato Colombo, non è andata a finire molto bene.
Come consiglio di lettura, natürlich, non c’è di meglio della trilogia di Liu Cixin. Il problema dei 3 corpi, La materia del cosmo (che in cinese si intitola proprio La foresta oscura) e Nella 4a dimensione. Romanzi di grande profondità e con un ottimismo di fondo che la cultura occidentale, non solo fantascientifica, sembra aver dimenticato.

– Potremmo non riconoscerli
È possibile che la vita si manifesti in forme e modalità così diverse, da quelle a noi abituali, che ci sarebbe impossibile riconoscerla. Rocce senzienti, nuvole intelligenti o chissà che altro.
Cosa abbastanza probabile, considerata l’immensità di spazio esistente e la perdurante difficoltà umana a tollerare le diversità, anche al proprio interno.
Potremmo averla già incontrata, tra le dune di Marte o nelle sabbie lunari. Senza degnarla di una seconda occhiata, visto che non ci somiglia. Indizio del fatto che l’uomo, nello spazio, cerca soprattutto sé stesso.
Nella fantascienza la biodiversità abbonda, ma l’opera che batte tutte le altre per distacco è Solaris, di Stalislaw Lem. Un immenso mare senziente, con poteri semidivini, in grado di realizzare miracoli crudeli.

Come si può vedere, abbiamo tante teorie, più o meno credibili. Alcune splendide e altre terrificanti, ma nessuna definitiva, per il semplice motivo che ne sappiamo ancora troppo poco.
L’ipotesi più spaventosa di tutte, però, è quella che contempla la nostra solitudine. Non solo perché è triste di per sé, ma per le tremende responsabilità che comporta.
Fosse vera, anche il ragionier Amilcare, per quanto fastidioso e petulante, la vicina di casa acida e impicciona, lo scarafaggio appena ucciso a ciabattate, il boss di mafia feroce e senza scrupoli, diventerebbero esseri unici e preziosi, senza uguali nel raggio di cento miliardi di anni luce.

Consigli di lettura

Rarità della Terra:
Ciclo della Fondazione – Isaac Asimov
Distruzione delle civiltà:
Tetralogia degli Elementi – James Ballard
First in, last out:
Attenzione, dischi volanti! – B. R. Bruss
Sono troppo lontane:
Contact – Carl Sagan
Zoo:
Le guide del tramonto – Arthur Clarke
Complotto Ufo:

Foresta oscura:
La trilogia dei tre corpi – Liu Cixin
Potremmo non riconoscerli:
Solaris – Stanislaw Lem