Pecunia non olet.
(Tito Flavio Vespasiano)
Il denaro è un crimine, dicevano i Pink Floyd, dividetelo equamente, ma non toccate una fetta della mia torta.
Frase quanto mai veritiera, perché nessun’altra invenzione umana è stata altrettanto disprezzata e al tempo stesso, fortemente desiderata.
Vero vincitore della Guerra Fredda, da strumento è diventato metro di ogni possibile realtà e si può dire che, a parte i sogni, non c’è cosa nella nostra società che non abbia un prezzo.
Ma forse questo, a ben guardare, è un vizio antico, se perfino Sant’Agostino lamentava che: i soldi hanno forma rotonda perché sono una cosa che rotola e fugge via.
Come sempre accade, i difetti che gli vengono attribuiti non dipendono dall’oggetto in sé, altrimenti la pornografia sarebbe causata da Internet e l’obesità dal frigorifero. È l’uso degli uomini a trasformare in bomba atomica le radiazioni di madame Curie, i femori in clave e l’ossidiana in coltelli.
In più, nel caso specifico, si aggiunge una peculiare reazione chimica. A forza di accumularlo, il denaro va incontro a un cambiamento di stato. Da solido diventa gas e sale alla testa, convincendo i fortunati possessori di essere i fighi più figosi della galassia. Generando, grazie alla forza dei pessimi esempi, infiniti echi nella società, con risultati deleteri.
Perché quando tutto acquista un prezzo, nulla ha più valore.
Dal baratto al bitcoin: cominciamo dal primo
Fino all’invenzione del denaro, ogni transazione avveniva tramite il baratto, espediente che l’umanità tende a riesumare nei momenti di scarsa disponibilità economica.
Negli anni ’80, ad esempio, il Gor’kij Park di Mosca era sede di un estemporaneo commercio tra massaie, per lo scambio di beni come dentifrici, detergenti e carta igienica, spesso introvabili nei comuni supermercati e acquistabili solo nei Berjozka, negozi per turisti che accettavano valuta straniera.
Non si creda però che certi espedienti siano prerogativa solo dei rigidi e monolitici sistemi comunisti. In questi giorni, nel felice villaggio neoliberista assediato dal Covid, si stanno moltiplicando le offerte di baratto nei siti di compravendita on line. Allo stesso modo, sempre più imprenditori tendono a scambiare beni e prestazioni.
Segnali storicamente poco rassicuranti, che solo una leadership profondamente ignorante può sottovalutare.
A dispetto della facilità di esecuzione, il baratto resta uno strumento scomodo e soggetto a numerose limitazioni.
Sia quantitative, per ovvi motivi legati al volume delle merci da scambiare, sia qualitative. Sarebbe impossibile, per esempio, scambiare arance con grano, stante i diversi tempi di maturazione e la conseguente disponibilità.
Uovo oggi o gallina domani? Per me una pecora, grazie.
Per superare queste difficoltà, nell’antichità si svilupparono forme di moneta-merce. Oggetti cioè con valore non soltanto nominale e simbolico, ma intrinseco.
Un buon esempio è il sale, un tempo raro e prezioso, spesso utilizzato per stipendiare i legionari romani e da cui deriva il termine salario. Altrettanto vale per i capi di bestiame, da cui il termine pecunia, dal latino pecus (pecora).
La parola è passata alla nostra lingua anche grazie alla massima pecunia non olet, il denaro non puzza, attribuita all’imperatore Vespasiano, famoso per aver introdotto la tassa sui gabinetti pubblici. Quando infatti il figlio Tito, scandalizzato, gli rimproverò l’inopportunità di sì scandalosa imposta, l’imperatore prese un sesterzio e se lo mise sotto il naso, dichiarando di non avvertire alcun odore. Così la tassa rimase e nel tempo, la voce popolare trasferì all’oggetto tassato il nome del tassatore, consegnando l’imperatore a una peculiare forma di immortalità.
Dal baratto al bitcoin: ma nel frattempo?
L’utilizzo di forme alternative di denaro è un’abitudine molto diffusa. Durante la seconda guerra mondiale e nei primi mesi del dopoguerra, le sigarette, genere relativamente raro, venivano usate come sostituto delle banconote.Altrettanto avvenne, nella seconda metà del ‘900, con i gettoni telefonici, usati come surrogato delle monete da 200 lire. In questo caso non per scarsità di contante, ma per motivi legati al diffuso utilizzo.
Quanto alla moneta-merce, è scomparsa molto più tardi di quanto si possa credere. In Giappone, fino all’era Meiji (meiji jidai: regno illuminato, 1868-1912) il riso era il principale strumento di transazione economica, mentre ancora nell’Islanda dell’800, per ogni merce si calcolava l’equivalente valore in pesce essiccato.
Tutto merito delle oche (sacre)
Le monete, oggetti in metallo caratterizzati, a differenza degli oggetti barattabili, dalla non deperibilità e da un valore molto superiore al peso e al volume, nascono intorno al VII secolo a.C.
Leggenda vuole che l’inventore sia stato Creso, ultimo re della Lidia. Anche a lui, come al frigio Mida, la voce popolare attribuiva il mitico tocco aureo, la capacità di trasformare in oro ogni cosa toccasse.
Perché era schifosamente ricco, tanto da originare il detto ricco come un Creso.
Il termine moneta invece, è postumo e deriva da uno dei soprannomi della dea Giunone, le cui oche sacre, starnazzando a più non posso, svegliarono i romani nel cuore della notte, sventando così l’attacco dei Galli di Brenno.
Giunone acquisì quindi l’appellativo di Moneta (dal verbo monere: ammonire, mettere in guardia) ovvero colei che avverte.
All’incirca un secolo dopo, nei pressi del tempio di questa divinità venne edificata la Zecca di Stato e anche qui la voce popolare, come per Vespasiano, trasferì l’epiteto dalla dea all’edificio e poi all’oggetto di produzione.
Per tutta l’antichità, l’utilizzo di monete metalliche ne favorì la fraudolenta svalutazione, perché bastava limarle per diminuirne il valore. Abitudine adottata da molti imperatori, per ovviare alle crescenti spese militari e rimediare al diminuito gettito fiscale di un impero amputato dalle invasioni barbariche.
Secoli bui: meglio le terre
A partire dal III secolo d.C. la crescente debolezza dell’impero, costrinse a trasferire la capitale prima a Milano e poi nella più difendibile Ravenna, circondata da paludi malariche.
Una lenta e convulsa agonia, durante la quale gli imperatori invitarono più volte le città a munirsi di una cinta muraria, non essendo lo stato centrale in grado di provvedere alla loro sicurezza.
Questo periodo segna, non solo formalmente, il vero inizio del Medio Evo. In cui per l’instabilità politica, la crisi dei collegamenti e il progressivo calo demografico, il denaro ebbe ruolo decisamente marginale, rispetto alle età precedenti.
I motivi di ciò sono vari e complessi.
Innanzi tutto, la minore disponibilità di risorse metalliche. Indispensabili, essendo la valuta del tempo esclusivamente monetaria. Prova ne sia che una ripresa della circolazione sia avrà davvero solo nel XVI secolo, quando arriveranno in Europa ingenti quantità di metalli preziosi, razziate nel Nuovo Mondo.
A questo si aggiunge una questione di mentalità. I ricchi del tempo erano feudatari appartenenti alla nobiltà guerriera, il cui patrimonio si misurava in terre e relativi servi della gleba posseduti, più che in oro o argento. Una condizione che peserà sull’Europa fino al ‘900 inoltrato. Quando, a forza di rivoluzioni, le classi imprenditoriali, industriali e mercantili, riusciranno a superare finalmente la nobiltà e l’alto clero in peso politico.
C’era poi un vasto problema di sicurezza.
Usciti dalla città o dal villaggio, ogni macchia poteva nascondere una banda di predoni. E che ci fossero o meno ha ben poca importanza giacché, come scrive Johan Huizinga, anche le illusioni fanno parte della realtà.
Bisogna inoltre considerare che meno denaro è disponibile e più si affermano forme alternative, come il baratto tra beni e servizi. Il contadino medievale non avrebbe saputo che farsene di una moneta che nessuno della sua cerchia avrebbe accettato e con cui, in definitiva, c’era ben poco da comprare.
Pecunia VS morale cristiana
Infine, but not least, la condanna nei confronti del denaro espressa senza mezzi termini dalla morale cristiana.
Anche Dante, nel XVII canto dell’Inferno, ci racconta degli usurai, collocati nello stesso girone di sodomiti e bestemmiatori, ovvero dei violenti contro Dio e la natura.
Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne’ quali ’l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi
che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch’avea certo colore e certo segno,
e quindi par che ’l loro occhio si pasca
Una visione condivisa da tutto il mondo medievale, che criminalizzava l’avarizia e l’usura, esaltando quella carità che per Tommaso D’Aquino era madre di tutte le virtù. Proprio il Doctor Angelicus, nella Summa Theologiae, specifica che nummus non parit nummos, il denaro non partorisce denaro, relegando l’usura a peccato contro la giustizia.
Non si possono servire contemporaneamente Dio e Mammona, tuona l’evangelista Matteo. Ove Mammona è il demone dell’avarizia e della ricchezza, derivante dall’aramaico mamon, tesoro nascosto.
Così quella pecunia che per Vespasiano non puzzava, per san Basilio diventa sterco del demonio.
Il che non impedirà a re e papi di addivenire più volte a vie di fatto, proprio a causa delle decime, cioè delle imposte dovute alla Chiesa dalla comunità dei fedeli. Annosa questione che fu addirittura una delle cause della Guerra Civile Inglese e mai davvero risolta, visto che nell’Italia di oggi si continua a pagare l’otto per mille. Con buona pace del povero san Basilio.
Carta canta, e paga
La scarsa circolazione monetaria durerà, come si è detto, fino al XVI secolo, ma dopo l’anno Mille alcune innovazioni serviranno ad alleviarla, almeno per le grandi transazioni commerciali.
La prima è la lettera di credito, anche detta nota di banco, introdotta dai Templari per agevolare i pellegrini diretti alla Terra Santa. Una versione del fei qian, la moneta volante inventata dai cinesi qualche secolo prima.
Questo semplice espediente consentirà all’ordine Templare di accumulare quelle ricchezze che furono il pilastro del loro enorme potere. A dispetto di tutte le astruserie complottistiche che ne attribuirebbero l’origine a chissà quali manufatti e conoscenze esoteriche, acquisite scavando nella Spianata del Tempio di Gerusalemme.
Decapitato Giacomo di Molay e scomparso l’Ordine, saranno i banchieri a ereditare il meccanismo, permettendo così ai mercanti di tutta Europa di scambiare merci, superando le difficoltà di cambio legate all’esistenza di così tante valute diverse.
Alla fine dell’anno, si regolavano le varie transazioni, trasferendo l’oro corrispondente al saldo delle operazioni eseguite. Famose divennero, per questo, nel periodo tra XIV e XVI secolo, le fiere annuali, come quella di Champagne, in cui i banchieri potevano incontrarsi e dirimere ogni pendenza.
Un’altra innovazione, utile a superare la scarsità di metalli preziosi, comparve in Svezia nel 1661. Per opera di Johan Palmstruch, olandese naturalizzato svedese e direttore del Banco di Stoccolma, il quale ideò le Kreditivsedlar, primo esempio europeo di banconota.
La prima banca a emettere regolarmente valuta cartacea fu però la Banca d’Inghilterra, pochi decenni dopo. Le banconote all’inizio erano delle semplici note, scritte a mano, di valore variabile e convertibili in moneta. Quasi contemporaneamente, nacquero anche i falsari, inducendo così una maggiore complessità nella stampa e nella produzione dei biglietti, con l’introduzione della filigrana e di disegni e inchiostri via via più elaborati. Ma senza mai risolvere veramente il problema.
Carta canta, e truffa
Se per motivi di mera comodità le banconote hanno soppiantato le monete, almeno nei valori più elevati, quello della contraffazione resta un vizio diffuso, che ha originato, nei secoli, vicende al limite dell’incredibile. Una di queste fu il piano nazista denominato Operazione Bernhard. La falsificazione di sterline inglesi di piccolo taglio, per indurre inflazione e distruggere l’economia della Gran Bretagna.
L’operazione, dopo qualche tentativo di minore entità, iniziò nel 1942, quando il capo delle SS Himmler ne affidò la conduzione al maggiore Bernhard Krüger, la versione nazista, pur con tutti i distinguo, di un magliaro napoletano.
Krüger riuscì ad aggirare l’ostilità degli specialisti della Zecca, vecchi e rigidi funzionari dell’ancien régime prussiano, ricorrendo a falsari ebrei prelevati dai campi di concentramento. Manodopera specializzata che ai suoi occhi presentava il doppio vantaggio di essere gratuita e silenziosa. Dopo aver promesso loro un trattamento di favore, li fece trasportare nel campo di Sachsenhausen, non lontano da Berlino, dove era stato installato un modernissimo impianto di stampa.
Una volta stampate, le banconote venivano selezionate in base alla qualità. Le migliori erano utilizzate per gli acquisti nei paesi neutrali o per pagare le spie. Le altre, contenenti piccole imperfezioni, erano immagazzinate in previsione di un piano di Himmler. Far piovere sull’Inghilterra, tramite gli aerei, decine di miliardi di sterline, provocando il crollo dell’economia, poiché per distinguere le vere dalle false, il governo non avrebbe avuto altra scelta che ritirarle tutte.
Per fortuna della Gran Bretagna, il maggiore Bernhard più che per il Reich, lavorava a titolo personale. Difatti, quando comprese che l’Operazione stava funzionando anche troppo bene (circa 400mila sterline mensili prodotte) e che ben presto, raggiunta la quantità prefissata, il laboratorio sarebbe stato chiuso e lui stesso spedito al fronte, si accordò con i falsari ebrei.
Così vennero nascoste sterline perfettamente contraffatte per centinaia di milioni e inoltre, per guadagnare tempo, l’intraprendente Kruger propose a Himmler un’impresa ancora più difficile, la falsificazione dei dollari. Nel frattempo, i bombardamenti alleati e gli eserciti nemici che si avvicinavano a Berlino imposero il trasferimento dello stabilimento nelle Alpi Austriache.
Il Terzo Reich era ormai agli sgoccioli e un bel mattino il maggiore si presentò alla stamperia alla guida di una fiammante Alfa Romeo cabriolet, con accanto una biondona molto vistosa. Dato ordine di distruggere ogni cosa, si eclissò in compagnia della bionda e di alcune valigie colme di sterline autentiche.
Scoperta solo al termine della guerra, questa gigantesca truffa costrinse la Banca d’Inghilterra a sostituire tutti i biglietti da 5 sterline in circolazione.
Quanto al maggiore Krüger, dopo un paio d’anni di prigionia in Gran Bretagna, ritornò in Germania, venendo assunto dalla stessa fabbrica che aveva prodotto la filigrana per l’operazione Bernhard.
Oh my gold! (standard)
Tornando al denaro, fu Napoleone a istituzionalizzare le banconote, imponendone l’uso in tutti i paesi conquistati.
Arrivata la Rivoluzione Industriale, con i forti investimenti che comportava, per restare al passo con le continue innovazioni tecnologiche, divenne necessario disporre di quantità di denaro sempre maggiori. Nacquero così le prime banche commerciali, aperte cioè ai comuni cittadini e non solo alla classe mercantile. Contemporaneamente, l’oro perse gran parte delle funzioni valutarie, per trasformarsi in riserva finanziaria, concentrata nelle banche centrali e utilizzata per regolare gli squilibri nella bilancia dei pagamenti. In base a ciò, ogni paese poteva stampare valuta, per un valore pari all’oro posseduto.
Questo sistema prese il nome di gold standard e un congresso del 1867 ne sancì l’adozione da parte delle principali economie mondiali.
Il gold standard, pur rendendo più facile la creazione di valuta, in presenza di forti squilibri tra esportazioni e importazioni, può esaurire in breve tempo le riserve auree di una nazione. Per rimediare, l’unica è ricorrere alla svalutazione, aumentando l’emissione di valuta, con effetto di diminuirne il valore.
Un uso che aumentò a dismisura e, dopo la I Guerra Mondiale produsse, nella Germania di Weimar, la più grave crisi valutaria della storia, di cui paghiamo ancora le conseguenze.
Fenomeni di grave svalutazione, in passato, ce ne sono sempre stati. Uno dei primi a essere documentato risale addirittura alla Seconda Guerra del Peloponneso (terminata nel 404 a.C.) e ha per protagonista la sconfitta Atene.
La stessa cosa avvenne anche durante i regni di parecchi imperatori romani e nel corso della Guerra di Secessione Americana, la moneta confederata si svalutò in modo così galoppante che, raccontano i cronisti, negli ultimi giorni di Richmond i panettieri mettevano un dollaro sul pane e tagliavano una fetta grande quanto la banconota. Ma niente di tutto questo è paragonabile a quanto avvenne in Germania tra il 1921 e il 1923.
C’era un volta la Repubblica di Weimar
I vincitori della I Guerra Mondiale avevano imposto alla neonata Repubblica di Weimar una cifra enorme, come riparazione per le spese e i danni provocati dal conflitto. La reazione del governo tedesco fu la stampa di banconote a dismisura, fino al pagamento nominale del debito, ma con valuta orrendamente svalutata.
Nel ’23, infatti, un marco valeva un bilionesimo (1/1.000.000.000.000) rispetto al 1914. Si arrivarono a stampare banconote del valore di cento milioni di miliardi, ma con questi papiermark (marchi di carta) si poteva comprare ben poco. Per dare l’idea, un comune francobollo da cartolina costava 50 miliardi di marchi e per fare la spesa, le massaie trascinavano con sé carriole colme di rotoli di banconote, che le banche non si curavano più nemmeno di tagliare, simili a quelli della carta igienica e di valore leggermente inferiore.
Una folle politica monetaria che gravò principalmente sulle classi meno abbienti e aprì la strada a quella follia etica e intellettiva chiamata nazismo.
La politica economica che ha caratterizzato l’ultimo decennio dell’Unione Europea, è in gran parte figlia della paura tedesca che quei cupi giorni possano ripetersi.
Scelta non solo sbagliata, ma assurda sul piano dottrinario. In quanto, se da un lato la UE continua a perseguire il neoliberismo (con tutti gli squilibri sociali che ne derivano) dall’altra si priva dei due principali strumenti, obbligatori per questo tipo di economia. Una moderata inflazione, necessaria ai consumi e una moneta abbastanza debole da rendere competitive le esportazioni.
Dopo la Grande Depressione del 1929, l’ormai diffusa svalutazione delle principali valute mise in crisi il gold standard. Una tendenza accentuata dallo scoppio della II Guerra Mondiale.
Dal baratto al bitcoin: ti fidi di me?
Nella seconda metà del ‘900, si passò dunque a un sistema di cambi flessibili, in cui i deficit di bilancio producevano direttamente svalutazione monetaria, mentre la segretezza stesa sulle riserve auree non consentiva di accertarne l’effettivo valore.
Questo mezzo, che permette a ogni paese di stampare valuta in quantità teoricamente infinita, senza alcuna copertura di metalli o altri beni a garantirne il valore, è stato definito, alquanto paradossalmente, moneta legale.
Un passaggio vissuto dal mondo occidentale con relativa noncuranza, che invece è di fondamentale importanza. Perché sganciando il denaro da ogni tipo di valore intrinseco, anche indiretto come le riserve auree, ne ha sancito la definitiva virtualizzazione.
Il denaro oggi è riconosciuto come tale, esclusivamente in virtù della fiducia generata dall’emettitore.
In altre parole, se un’entità sufficientemente grande e riconosciuta emette, accetta e usa una determinata cosa come pagamento, fossero anche le figurine Panini, quella cosa acquista automaticamente valore di moneta.
Va da sé come simili valute siano potenzialmente molto più fragili rispetto alle precedenti e possano generare effetti diseducativi su governanti e governati. Come se, da domani, si cominciassero a concedere prestiti illimitati senza richiedere alcuna garanzia.
Un’involuzione che i mercati spacciano come evoluzione, facendo balenare in noi comuni mortali il miraggio di prodigiosi arricchimenti, mediante ardite quanto effimere speculazioni. Salvo ricordarci, a scadenze regolari, che i loro guadagni durante un boom, diventano i nostri sacrifici nella successiva crisi.
Sasso, carta, forbice e criptovalute
L’ovvio risultato di simili cambiamenti è il costante allargamento della forbice tra ricchi e poveri, grazie al quale l’1% della popolazione mondiale detiene il 50% della ricchezza complessiva.
Conseguenza altrettanto ovvia è l’ulteriore esasperazione del concetto di moneta virtuale, con la comparsa delle cosiddette criptovalute, dall’inglese cryptocurrency (cryptography=crittografia e currency=valuta) sganciate non solo da beni materiali che ne garantiscano il valore, ma dalla stessa dimensione fisica di moneta, banconota o card.
Simili valute si basano su un meccanismo di tipo peer to peer, nodi tra loro equivalenti, ognuno dei quali è contemporaneamente sia server che client e possono essere scambiate o utilizzate tramite qualsivoglia dispositivo elettronico, con la stessa facilità con cui postiamo una foto sui social.
La prima, il famoso bitcoin, è nata del 2009, per opera di tale Satoshi Nakamoto, un nom de plume che cela la vera identità dell’inventore. Satoshi, in giapponese, significa pensiero saggio, ma veloce. Mentre le parole naka e moto hanno molteplicità di accezioni. Le numerose inchieste giornalistiche hanno fornito risultati molto controversi e a tutt’oggi nessuno conosce il vero nome di Nakamoto-san.
Il primo valore del bitcoin, al momento dell’emissione, fu stabilito in 1309 BTC per un dollaro. Nel 2017 il BTC raggiunse il valore di 20mila dollari, per poi crollare intorno ai 7mila. Attualmente è un po’ sotto i diecimila dollari, con fluttuazioni molto brusche, nell’ordine di centinaia di dollari alla settimana.
Rispetto all’economia reale, i valori trasferiti tramite bitcoin sono ancora molto piccoli, ma sempre più organizzazioni ed enti pubblici hanno iniziato ad accettarlo come pagamento. In Giappone e nello stato del Nevada, per esempio, ha corso come valuta legale, mentre lo stato di New York ha imposto norme molto severe contro il suo utilizzo.
50 sfumature di cripto
Oltre al BTC, nel tempo sono nate molte altre criptovalute, come Ethereum, Litecoin, Monero ect. ognuna caratterizzata da piccole differenze prestazionali o di utilizzo, ma tutte soggette alle stesse considerazioni riguardo pregi e difetti.
Un indubbio pregio consiste nella democratizzazione dei processi economici, permettendo di gestire ogni transazione senza alcun intermediario.
Au contraire, molte sono le critiche sorte nei confronti delle criptovalute, sia di tipo economico che legale. Si prestano infatti al sorgere di vere e proprie bolle speculative, con forti aumenti di valore legati solo alla crescita della domanda. Altrettanto può dirsi per l’assenza di qualsiasi forma di tutela sulle somme depositate, i rischi connessi a malfunzionamenti dei dispositivi, dei server o ad attacchi informatici, senza dimenticare l’estrema volatilità delle quotazioni.
Quanto ai problemi di natura legale, sono facilmente intuibili, stante l’alto grado di riservatezza garantito dalle transazioni e la difficoltà di esercitare provvedimenti di sequestro sulle somme trasferite. Tutte caratteristiche molto gradite alle varie organizzazioni criminali, basti pensare alle cifre coinvolte nel narcotraffico, come ai servizi di molti paesi, per finanziare operazioni black, senza lasciare traccia nei bilanci ministeriali.
Dal baratto al bitcoin: ciao Darwin?
Per questo, il futuro delle criptovalute è oggetto di ipotesi discordanti. C’è chi ne pronostica la definitiva affermazione, arrivando a sostituire le valute nazionali e chi invece considera molto vicino il giorno in cui un’offensiva concentrica dei governi nazionali ne decreterà la scomparsa.
In verità, la facilità con cui possono essere create depone per una difficile eradicazione del fenomeno. A meno di non sottoporre la rete a un ferreo controllo pubblico, coordinato da tutti i governi mondiali. Fantascientifico scenario che, oltre a richiedere provvedimenti apertamente illiberali, implicherebbe il raggiungimento di un’aurea età di pace e concordia tra i popoli che, almeno nel medio periodo, pare di ardua realizzazione.
Giunti alla fine del percorso, è possibile notare come il denaro sia andato incontro a due modificazioni progressive, ma opposte.
Una crescente perdita di valore intrinseco, che dall’oggetto barattato, passando per la moneta-merce, quella preziosa e la banconota, è arrivata fino alla criptovaluta. Mentre la facilità di utilizzo è cresciuta in modo inversamente proporzionale alla materialità.
Pur rimanendo sempre la causa reale, a dispetto dei tanti pretesti ideologici o religiosi, di ogni scannamento tra bipedi dalla scoperta del fuoco fino a oggi.
Il che dovrebbe farci riflettere su molte cose.
In primis, sulle qualità di fondo del suddetto bipede e sulla sua pretesa di dichiararsi evoluto.
