La Digital Transformation: una sfida tra opportunità e consapevolezza

Lo scorso giugno il governo ha varato un Decreto sulla Digital Transformation per micro, piccole e medie imprese manifatturiere e di servizi, della cultura e del turismo finalizzato a sostenere la trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi. Questo intervento si inserisce all’interno di un piano più ampio di progetti per la creazione e la modernizzazione delle infrastrutture digitali del paese che attualmente è al terzultimo posto in Europa nella classifica Digital Economy and Society Index (DESI).

Bel Paese fanalino di coda

Il ritratto che emerge dell’Italia è quello di un Paese che continua ad adattarsi con estrema fatica. Un aspetto visibile  non tanto nella creazione di rete e servizi, quanto nella loro integrazione e nelle possibilità di utilizzo. Siamo nella media per connettività (espansione della banda larga e della sua copertura) ma quando si parla della diffusione e dell’applicazione di servizi online nella pubblica amministrazione, ci ritroviamo tra gli ultimi della classifica. Il dato più desolante è sicuramente quello della diffusione di skills digitali specialistiche e di uso comune, in cui l’Italia è semplicemente all’ultimo posto su 27 paesi. Non sorprende quindi che siamo stati colti quasi del tutto impreparati quando si è dovuto gestire in remoto la maggior parte del lavoro, anche quello produttivo.

La divulgazione della Digital Trasformation

Il problema comunicativo nel quale mi imbatto più spesso è quello di come far uscire le questioni importanti dagli ambienti specialistici perché entrino a pieno diritto nel dibattito pubblico.
Come informare in maniera corretta senza descrivere il futuro, soprattutto quello prossimo, come l’inferno o il paradiso?  La funzione divulgativa del giornalismo, della televisione oltre che della scuola sono determinanti per rendere molte più persone coscienti della situazione. Per questo però non ha senso restringere lo sguardo su quello che le imprese possono migliorare internamente se non sono circondate da un ecosistema di infrastrutture materiali e immateriali pubbliche che evolve e cresce insieme e ancora prima di loro nemmeno da una strategia e da una visione integrata di apparati politici consapevoli e preparati.

I rischi legati al fatto che questo non avvenga sono di ordine e grandezza diverse; se da un lato abbiamo quello che forse ci tocca più da vicino, sprecare risorse in interventi frammentati che rischiano di costruire cattedrali nel deserto, dall’altro c’è sempre la questione del rapporto tra pubblico e privato dove il profitto non può prevalere sull’esistenza del servizio stesso. Un esempio recente è il clamoroso fallimento che la società di consulenza per la Digital Transformation Mckinsey (tra le più importanti negli Stati Uniti) ha generato nel tentativo di gestire e diminuire il numero di aggressioni della prigione di Rikers Island nello stato di New York. Purtroppo non solo dopo il loro intervento le aggressioni non sono diminuite ma aumentate del 50%, oltre a questo i dati sono stati modificati per dissimulare un successo e così ottenere il pagamento di più di 20 milioni di dollari dallo stato di New York.

Una Digital Trasformation tra se e ma

Essere utenti e cittadini digitali maturi passa per l’acquisizione di questa considerazione fondamentale: i dati possono mentire perché possono essere manipolati e l’integrazione del digitale nella vita reale è davvero in grado di portare miglioramenti tangibili per tutti solo se le conoscenze e le competenze sono abbastanza radicate e diffuse nella maggioranza della popolazione. L’alternativa è continuare ad avere un paese che si muove a velocità diverse e invece che liberare creatività e muovere l’economia, resta zoppicando in fondo alle classifiche in cui vorremmo tutti vederci primeggiare.