Sembra passata un’era geologica, ma c’è stata un’epoca in cui si nascondeva Playboy tra le pagine dell’Espresso. O, in alternativa, si entrava in un cinema di quart’ordine per contemplare le sbrigative effusioni tra casalinghe all’Habanero e idraulici Duracel.
L’avvento di Internet ha cambiato tutto, donando agli aspiranti pornofili autonomia e vastità di scelta. Migliaia di siti gratuiti, con offerta scrupolosamente suddivisa e classificata.Ogni possibile combinazione, dalla coppia banalmente missionaria, all’orgia di condominio amministratore incluso. Variegata panoplia di fenotipi, dalla maggiorata all’anoressica, dal superdotato al militesente per insufficienza toracica.
Chiaramente la merce in catalogo copre tutte le età. Teenager barely legal e nonne della porta accanto. Passando per le milf, acronimo anglo-maschilista che identifica le signore attempate, ma tutto sommato potabili. Ricca scelta anche di ruoli. Crudeli padrone e docili schiavetti, mogli in saldo e mariti contemplativi, olisti e meristi dell’anatomia, sadi & masi da Grand Guignol, attivi, passivi e riflessivi di ogni possibile orientamento.
Sarebbe un grave errore, però, vedere in questo campionario ludico e lubrico una deriva decadente, un simbolo di corruzione o perdita di valori. Internet non ha inventato nulla. Certe pratiche sono sempre esistite, limitandosi solo a cambiare definizione in base all’autore: noi o gli altri. Nel primo caso le chiamiamo gusti, nel secondo le bolliamo come perversioni.
Il sesso è un elemento cardine dell’esistenza. Un’attività che la biologia ha reso così piacevole, da far dire perfino a Sant’Agostino: “Signore, dammi castità e continenza, ma non subito.”
Non c’è da stupirsi perciò, che dilaghi dentro la più moderna e rapida forma di comunicazione. Eppure l’impressione è che le immense possibilità della Rete vengano in parte sprecate. Il web, fin dal primo giorno, è stato spesso usato come un unico, enorme ritrovo per cuori solitari. Con l’alibi della virtualità a rendere tutto più semplice e tutti più coraggiosi.
È di questi giorni la notizia che anche Facebook implementerà un’applicazione di incontri. Potremo esprimere gradimento estetico verso altre persone, a cui verrà comunicato solo se anche loro manifesteranno identico gradimento verso di noi.
In parole povere si vuol rubare fasce di mercato ad app come Tinder, Match e OkCupid, le cui quotazioni a Wall Street non a caso sono crollate, dopo l’annuncio di Zuckerberg. Che il settore sia in rapido sviluppo lo dimostra anche la nuova, originale campagna di Pornhub, che punta sull’ambientalismo, promettendo una donazione alla difesa degli oceani per ogni video porno visualizzato.
Comunque, al di là dell’apparentemente irreversibile sdoganamento del fenomeno, ci sono considerazioni più ampie da fare. Mentre salviamo i delfini su Pornhub, dovremmo dedicare un po’ di attenzione anche al rischio di estinzione dei rapporti interpersonali.
A cominciare dall’inflazionata parola amore, che fino a pochi decenni fa identificava, almeno nelle intenzioni, legami eterni ed esclusivi. Mentre adesso viene spesa per chiunque ci mostri uno scorcio di tette in webcam. Eccesso opposto, ma scontato, quando per considerarsi amici è sufficiente uno scambio di like. Al punto che una recente ricerca avrebbe evidenziato come buona parte degli adolescenti preferisca gli incontri sessuali in chat, rispetto a quelli reali.
Presa di per sé, ha lo scarso valore di ogni altra statistica, ma è comunque indicativa di una tendenza. Tutto sembra inserirsi, insomma, in una generale depressurizzazione dei contenuti emotivi. Ogni cosa, legame o percezione, rischia di diventare labile. Così i ruttatori di slogan assurgono a statisti, ci si commuove per una serie tv e si ignora il vecchietto della porta accanto. Al riparo di una tastiera si scrivono e commettono cose che nella vita reale non ci sogneremmo di fare. La facilità di gestire i rapporti con un semplice click, si ripercuote a cascata sui rapporti stessi, rischiando di trasformare l’esistenza di molti in un videogame senza trama.
Come spiegare altrimenti un fenomeno particolarmente ripugnante come il revenge porn? La meschina rivincita di partner mollati, traditi o semplicemente perfidi, che per ripicca postano in rete video intimi.
Intendiamoci, la vendetta e il ricatto a sfondo sessuale sono sempre esistite, ma un tempo erano faccende tra lord Buckingham e Richelieu, attricette e miliardari, per una collana di smeraldi o qualche mazzo di bigliettoni fruscianti. Mai per motivi così risibili. Anche qui, darne la colpa solo al mezzo, alla Rete, sarebbe sbagliato e frettoloso.
Nella prima metà del ‘700 il teologo George Berkeley si domandava se un albero, cadendo in una foresta deserta, avrebbe ugualmente fatto rumore. Il quesito, passato alla storia come il “dilemma dell’albero”, ha una sola risposta logica. Qualsiasi suono, senza un orecchio che lo recepisca, è solo una muta vibrazione. Il progresso tecnologico ci ha sommersi di rumore. Cadono alberi e persone. A centinaia. A miliardi. Di tutti ci giunge notizia, ma di ben pochi ci importa.
Perché le opportunità di comunicazione si sono espanse molto più velocemente della nostra capacità adattamento. Senza darci il tempo di sviluppare quei meccanismi sociali, regole non scritte molto più efficaci di qualsiasi norma, che governano da sempre le società umane.
Nessuna legge vieta di indossare le parrucche incipriate, stile damerini del ‘700. O di uscire di casa portando al guinzaglio un formichiere, come Salvador Dalì. Se non lo facciamo, non è per paura di una condanna penale, ma per effetto di una pressione sociale che modella i nostri comportamenti come il vento fa con le rocce.
Ci vorrà del tempo prima che nel selvaggio web si affermino codici comportamentali condivisi. Perché diventi chiaro e comprensibile ai più, che l’unica vera vittima di tutto questo processo è stata proprio la virtualità.
Il villaggio non si ferma più al margine del bosco, dentro al quale si può fantasticare esistano draghi, fate e folletti. Prosegue, superando oceani e montagne, antichi e futuri deserti, fino a raggiungere altri villaggi, reali quanto il nostro.
