Il mondo dopo il Coronavirus: mutamenti sociali tra storia e uomo

Come cambierà il mondo, passata la bufera? In millanta modi, dicono gli esperti, millantando stravolgimenti e ipotizzando già da ora, soluzioni per i mutamenti a venire.
Diventeremo un pianeta di antisociali? Ci estingueremo per mancanza di contatti? Ritarderemo perfino la Storia e il fatidico d.C. si tramuterà in “dopo il Coronavirus”?
È consigliabile diffidenza verso i tanti, troppi escursionisti della sociologia, che ripetono all’infinito il mantra del #nientesaràpiùcomeprima, spacciando mere ipotesi per assolute certezze.
Dei cambiamenti ci saranno, è facilmente intuibile, ma quali? E quanto durevoli?
Geopolitici, per esempio?
Persiste in molti l’errata convinzione che gli Stati Uniti abbiano conquistato il mondo grazie alle baionette dei Marines.
Se conquista c’è stata, è figlia della Bomba Atomica, della penicillina e dello sbarco sulla Luna.
Successi propagandistici, prima che tecnici, di indubbio valore, in questo medioevo ad alta tecnologia che ha sostituito, sia detto senza troppi rimpianti, la fede con la scienza.
Ora immaginiamo, per ipotesi, che sia la Cina a scoprire per prima una cura o un vaccino, e a donarli generosamente al pianeta. Le ricadute, non solo mediatiche, sarebbero incalcolabili, se è bastato che sbarcasse solo un’equipe, peraltro inviata dalla Croce Rossa e non dal governo, per scatenare entusiasmi filocinesi.
Un piccolo passo per un regime, ma un terno al lotto per l’umanità.

Il mondo dopo il Coronavirus: con quegli occhi da orientale

A salvare il mondo dagli alieni, nel prossimo successo al Box Office, non sarebbe più Chuck Norris in divisa stelle & strisce, ma un tenente dell’Esercito Popolare di Liberazione. La famosa influencer si farebbe plastificare il taglio degli occhi all’orientale e il ragionier Amilcare di Busto Arsizio comincerebbe a mangiare la polenta coi bastoncini, perché fa moda.
Un nuovo ordine mondiale, con gli Stati Uniti retrocessi a paesotto di provincia, grazie anche alle discutibili scelte epidemiologiche di Mr. Trump e a un sistema sanitario tutt’altro che egualitario.
Non è detto che sia un male, ma nemmeno un bene, se l’epocale rivoluzione si risolvesse semplicemente nel cambiare padrone.

Nutrirsi di affetti o nutrirsi e basta

Ma se c’è un ambito in cui le cassandre della futurologia prognosticano trasformazioni è quello dei rapporti sociali.
Settimane, o forse mesi, di isolamento potrebbero inasprire le nevrosi già presenti nelle nostre comunità, aumentando l’intolleranza, la labile virtualità dei rapporti, la paura di mettere il naso fuori dalla porta. A dispetto dei tanti “non vedo l’ora di abbracciarti” che ci scambiamo in questi giorni.
Tra i problemi segnalati, pare anche che le persone tendano a mangiare smodatamente, sommando gli effetti della dieta a quelli dell’inattività.
Una reazione tutto sommato comprensibile. Nel momento in cui ci si sente immobili bersagli di un nemico invisibile, nutrirsi sembra l’unico modo attivo di prendersi cura di sé stessi. L’unico gesto che è possibile compiere, per mantenersi in vita.
Ci si dovrà riabituare a tante cose e all’improvviso, l’antica normalità di una pizzeria affollata potrebbe sembrarci un minaccioso concentrato di chissà quali agenti patogeni.
Torneremo a bere un grappino, chiacchierando amabilmente di pressing e fuorigioco, con il signor Andrea, reo di aver violato la quarantena, per procurarsi un pacchetto di toscanelli? Perdoneremo alla signora Rosetta, di averci forse contagiato quella volta in cui, mentre era in fila alla cassa, tossì senza protezione alcuna?
Dulcis in fundo, non ci dimentichiamo della possibile catastrofe economica, del concreto spettro della recessione, del bagno di sangue del mercato azionario.

Come era prima: il mondo dopo il Coronavirus

Si sottovaluta grandemente l’umana capacità di rimozione.
La grande epidemia di peste del 1346 ebbe origine (corsi e ricorsi, direbbe Vico) proprio in Cina e i mercanti la diffusero lungo la via della seta fino al porto di Messina, da dove si estese all’intero continente, spopolandolo.
Morì più di un terzo della popolazione europea, una cifra che gli storici di oggi quantificano in almeno venti milioni. Nell’impotenza dei medici che, fatta la diagnosi, avevano come unico obbligo indurre il malato alla confessione dei peccati.
Medici non se ne trovavano, perocché moriano come gli altri” riferiva un cronista toscano “lo figliuolo abbandonava il padre, lo marito la moglie, l’uno fratello l’altro… Tutta la città non avea a fare altro che a portare morti a seppellire”.
Una strage infinita, in cui morì anche la Laura cantata da Petrarca. Le campagne erano deserte, i mulini disabitati, i telai abbandonati.
Eppure, pochissimo tempo dopo, assistiamo a quell’esplosione di bellezza che siamo soliti chiamare Rinascimento.
L’unica flebile traccia che ancora permane, della tremenda Peste Nera, è l’innocuo girotondo dei bambini (gira la terra/tutti giù per terra) esorcizzazione di una memoria che si preferisce lasciare sepolta.
Il misterioso quanto virulento Morbo del Sudore, che flagellò l’Inghilterra in più riprese tra il 1485 e il 1550, non ostacolò in alcun modo la complicata vita matrimoniale di Enrico VIII, né i bellicosi propositi di quella grande inventrice di cocktail che risponde al nome di Maria la Sanguinaria. Anzi, di lì a poco, inizierà uno dei massimi periodi di splendore della storia britannica. Quel ‘600 elisabettiano che ci ha regalato, tra le altre cose, il genio di William Shakespeare.
Non stupirebbe affatto, quindi, se gli strascichi dell’attuale situazione fossero minori di quanto preventivato.

Il mondo dopo il Coronavirus da problema a opportunità

La fine dell’epidemia non è soggetta a un se, ma solo a un quando. Dal momento che, fortunatamente per noi, l’attuale comunità scientifica ha ben altri scopi che convincere gli ammalati a confessarsi, e soprattutto maggiori risorse.
Certi mutamenti sarebbero avvenuti comunque, magari più lentamente, altri potrebbero trasformare problemi in opportunità.
Il 21° si annuncia già come il secolo cinese. Qualunque evento, scientifico o politico, non farebbe che accelerare un’inerzia storica abbastanza evidente.
Anche in campo economico, l’entusiasmo indotto da un “ce l’abbiamo fatta”, se ben cavalcato, potrebbe indurre un boom da far impallidire pure il pomodoro nel bloody mary.
La tardiva scoperta, almeno per il mercato del lavoro italiano, dello smart working, potrebbe generare una diminuzione dei consumi energetici e dell’inquinamento. Oltre a favorire, più in generale, una migliore qualità della vita e dei rapporti familiari.
Riprenderemo, si spera, a mangiare con normalità e a chiacchierare di calcio con il signor Andrea. Perdoneremo la signora Rosetta, per le sue colpe vere o presunte, con la paternalistica magnanimità a posteriori dei vincitori.
Soprattutto, ricominceremo a produrre e consumare più di prima e, tempo pochi giorni, la pianura padana sarà coperta da una rassicurante coltre di smog, indubbio segno di ripartenza del sistema paese.
Perché, diceva Gramsci: “la storia insegna, ma non ha scolari.”
Liberi di non credere a queste parole, ovviamente, che a qualcuno sembreranno forse troppo ottimistiche e ad altri l’esatto opposto.
Occorre ricordare che i veri e durevoli mutamenti sociali s’innestano nel corso di secoli, se non di millenni e di fronte alla Storia, le nostre pur legittime e personali angosce valgono quanto un battito di ciglia.