Intelligenza artificiale: opportunità o minaccia?

Considerata la fase di bassa marea che l’intelligenza naturale, specie a livello di leadership, sta attraversando, il sorgere di quella artificiale potrebbe apparire come una straordinaria opportunità, oppure come una sorta di beffarda compensazione.

Ne abbiamo fatta di strada rispetto agli avveniristici cervelloni della Guerra Fredda, grandi come frigoriferi e con una RAM da smemorato di Collegno. Per dare un’idea, il processore dello sbarco sulla Luna, l’Apollo Guidance Computer, aveva 152 kbyte di memoria e 2 Mhz di velocità. Un manufatto paleolitico, rispetto a quelli di oggi, eppure sufficiente a condurre gli astronauti sul nostro satellite e, cosa altrettanto importante, a riportarli indietro. Stando alle apparenze, l’Intelligenza Artificiale ha già invaso la vita quotidiana. Ne abbiamo di tutti i tipi. In grado di destreggiarsi nel traffico e di battere i campioni di scacchi. Di pilotare un drone come di riconoscere, tra milioni di altre, l’immagine giusta.

Intelligenza Artificiale: opportunità o minaccia, ma soprattutto, è vera intelligenza?

In realtà si tratta di Sistemi Esperti, capaci di svolgere, più velocemente di un essere umano, compiti molto specifici. L’intelligenza dovrebbe essere, almeno in teoria, tutt’altra cosa. Autodeterminazione. Versatilità. Coscienza di sé.
Certo, nell’epoca in cui il presidente degli Stati Uniti consiglia iniezioni di disinfettante contro il Covid, c’è il rischio di scambiare per genio pure il tostapane autopulente, ma è una pia illusione. Con qualche punto a favore del tostapane che possiede una sua indubbia utilità.

Il rischio di prendere fischi per fiaschi è stato ben evidenziato da modelli teorici, come il Paradosso della Stanza Cinese.
Immaginiamo due stanze, divise da una parete e comunicanti tramite una fessura. Nella prima, un cinese scrive su un biglietto una domanda nella sua lingua e lo inserisce nella fessura. L’occupante della seconda stanza non conosce il cinese, ma ha davanti a sé un corposo manuale, in cui sono contenute tutte le possibili frasi in cinese e i simboli da adoperare come risposta. Non gli resta che individuare quelli adatti, copiarli sotto il messaggio e rispedirlo per la stessa via di entrata. A questo punto, il cinese nella prima stanza penserebbe di aver comunicato con qualcuno che parla la sua lingua, quando invece ha interagito con un semplice manuale. L’equivalente cartaceo di un sistema esperto.

Intelligenza artificiale: qualità o quantità?

Tornando all’intelligenza, quanto siamo lontani da un evento così epocale, nella storia dell’umanità, da essere definito Singolarità?
La nascita cioè, di una specie senziente. La prima a confrontarsi con l’Uomo. Una straordinaria opportunità, come si diceva all’inizio, o forse una minaccia se, per esempio, la nuova specie dovesse decidere che il Sapiens Sapiens è un modello obsoleto. Un rischio che, soprattutto adesso, non pare essere in cima alla lista delle nostre preoccupazioni, ma su cui filosofi e programmatori dibattono già da parecchio. Molti, bisogna dirlo, negandolo. Sulla scorta di un pregiudizio abbastanza diffuso, che considera l’intelligenza come prerogativa esclusiva degli esseri viventi.
Una sorta di sciovinismo biologico, che tende a dimenticare la più importante lezione impartitaci dalla biologia evolutiva. Una singola fibra muscolare può al massimo sollevare dubbi. Un insieme di fibre ben allenate batte il record di sollevamento pesi.

Allo stesso modo, un neurone scompagnato blatera di sovranismi e xenofobie. Qualche miliardo di neuroni scopre la relatività ristretta. In altre parole, perché si manifesti una qualità, bisogna prima raggiungere la necessaria quantità.
Gli odierni computer, dal punto di vista della quantità sono paragonabili agli insetti e infatti si comportano in modo molto simile. Eseguendo il programma, non importa se previsto dal software o dal DNA, senza alcuna fantasia.
Formiche operaie e Sistemi Esperti si nasce e si rimane, fino a sopraggiunta obsolescenza dei componenti, in carbonio o in silicio che siano.

Intelligenza Artificiale: opportunità o minaccia. Ma quando?

Nulla però vieta di pensare che, alla luce del galoppante progresso tecnologico, in un giorno neanche troppo lontano, una macchina sviluppi sufficiente quantità da proclamarsi senziente. Con tutte le implicazioni del caso. Lavorative, in prima battuta.
Già adesso l’automazione si sta affermando in molti campi. Specie nell’industria, che riserva all’uomo compiti ormai quasi esclusivamente decisionali, di sorveglianza e controllo dei processi produttivi.
Una vera intelligenza artificiale, capace di decidere e improvvisare sul copione, potrebbe soppiantare ogni tipo di lavoratore umano. Avendo dalla sua il vantaggio di non stancarsi, né ammalarsi, mai. Ponendosi da subito, già solo per questo, come minaccia tutt’altro che potenziale. Senza dimenticare poi il campo militare. Siamo disposti ad accettare stormi di bombardieri, magari armati di ordigni nucleari, che volano sulle nostre teste obbedendo ai comandi di un computer? Potrebbero sembrare scenari da fantascienza. Degni di Matrix o Terminator.
Eppure dovremmo aver imparato che certa fantascienza, prima o poi si avvera. Che mentre i sedicenti pragmatisti indicano nemici inesistenti, propugnando muri di confine e affondamenti di barconi, i veri problemi avanzano, sciogliendo i ghiacciai e contagiando milioni di persone.
Sarebbe il caso di cominciare ad anticipare gli eventi, invece di subirli, pilotando in modo opportuno quelli inevitabili. Per quanto lontani o inverosimili ci possano sembrare.
Caliamoci per un attimo nei panni di un ipotetico visitatore extraterrestre, giunto sulla Terra durante il Triassico. A quel tempo, dominavano i grandi rettili e l’unica eccezione era rappresentata dal Megazostrodonte, precursore degli odierni mammiferi.
Quante possibilità avremmo dato, a quella specie di topastro lungo una decina di centimetri, che si nascondeva nella sterpaglia per sfuggire alle truppe corazzate dei sauropsidi?Avremmo intravisto, in lui, Michelangelo, Einstein, Newton e Shakespeare? Gli ci sono voluti 200 milioni di anni, per trasformarsi in noi.
I computer, in meno di un secolo, sono passati dall’Apollo Guidance ai moderni super processori, con capacità espresse in centinaia di PetaFlops (Floating point Operations Per Second) acronimo equivalente a un quadrilione di operazioni al secondo. Ecco che, applicando un minimo di lungimiranza, certe cose sembrano all’improvviso molto più verosimili e soprattutto, meno lontane.

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