Inquinamento digitale ed impatto ecologico: illusione della rete?

L’avvento degli smartphone ha finalmente unito la vita digitale a quella reale. Attraverso il loro uso e quello della rete abbiamo preso coscienza della nostra dimensione globale, sappiamo però quanto stanno inquinando il pianeta? Dal punto di vista della comunicazione questo è un nodo difficile da sciogliere. Se è vero che gli strumenti digitali multifunzione hanno sostituito molta della carta in circolazione, ridotto il numero di hardware (fotocamere o videocamere), e le applicazioni ci danno possibilità quasi infinite, è altrettanto vero che questi strumenti così fondamentali hanno una impronta ecologica enorme. Ogni parte che li compone è una somma di metalli preziosi e terre rare la cui richiesta continua ad aumentare su scala globale. È necessario sapere che mentre l’estrazione mineraria delle terre rare richiede procedimenti complessi (perché si presentano in conglomerati con altri elementi anche radioattivi) allo stesso tempo nelle nostre discariche i RAEE si accumulano, con processi riciclo che normalmente si fermano alla separazione delle plastiche dai metalli, alimentando un paradosso sempre più insostenibile.

Le iniziative italiane contro  le conseguenze l’inquinamento digitale

Fortunatamente le cose stanno iniziando a cambiare anche in Italia, per esempio con il progetto Portent di ENEA, in collaborazione con la Regione Lazio partito a gennaio 2021, che mette al centro l’idea che il recupero di tutti i materiali riciclabili di computer e smartphone sia l’unica strada per il futuro. A spiegarlo è Danilo Fontana, responsabile del progetto: “Grazie alle tecnologie attuali è possibile riciclare oltre il 96% di questi dispositivi elettronici recuperando quantità significative di metalli preziosi con gradi di purezza elevati. Questo permetterebbe di evitare il depauperamento delle risorse naturali e l’approvvigionamento di alcune di queste materie prime critiche presenti prevalentemente in Paesi politicamente instabili”. Non si può inoltre dimenticare che il contesto produttivo tende sempre all’aumento: solo nel primo semestre del 2021 (secondo TrendForce) sono stati prodotti 562 milioni di nuovi smartphone, il 18% in più del 2020, ancora sotto le cifre pre pandemia, per questo non è più possibile pensare ad una soluzione che non integri una visione sostenibile del futuro alla crescita economica e al consumo.

Social media e web, così invisibili e così pesanti per l’ambiente

L’altra parte del discorso riguarda la rete e l’uso dei social media. Ad un primo sguardo la digitalizzazione sembra aver reso la nostra vita più sostenibile ma, al di là di quello che viene percepito, la rete si regge su cavi, data center ed un infinito numero di strumenti che consumano elettricità, tonnellate di acqua e producono CO2. I data center in particolare, i luoghi dove i risiedono i contenuti e le intelligenze artificiali, sono al centro della discussione perché all’aumento di capacità aumenta anche il loro fabbisogno energetico, per StartupItalia si arriverà al 13% dell’energia complessiva entro il 2030. Inoltre secondo i dati di Eni 2021 tutto l’ecosistema che ruota attorno alla rete causa il 3,7% del totale delle emissioni di gas serra del nostro pianeta. Più di quelle causate dall’industria aerea. Ciò significa che ogni mail, video, meme o post, sito o teleconferenza produce CO2, per averne un’idea è possibile usare un calcolatore messo a punto dall’università di Taranto che indica anche quanti alberi servirebbe piantare per compensare l’anidride carbonica prodotta dalla nostra attività online.
La sobrietà digitale, proposta dal ministro della transizione ecologica Cingolani, può essere una buona pratica etica ma non si può pensare di sovvertire lo stato delle cose puntando il dito sugli utenti finali, quando solo i data center oggi consumano il 3% dell’energia globale ogni anno.
Le soluzioni ci sono ma difficilmente escono dal livello locale anche perché l’industria, per natura settorializzata, fatica a modificare il proprio approccio guardando a produzione, consumo, scarto e riciclo come ad un processo unico.