Dopo il grande annuncio del rebranding di Facebook in Meta, non sembra essere variato molto nella vita degli utenti, almeno per ora. Il profondo cambiamento di immagine del conglomerato aziendale è servito innanzitutto a “mettere ordine” nella società che gestisce più social contemporaneamente, così come a porre distanza tra il ruolo di presidente di Zuckerberg dalle scelte (o dagli scandali) legati a Facebook. In realtà la parte fondamentale della presentazione di Zuckerberg si concentra sul futuro non solo della sua società ma del web in generale. Il Metaverso, secondo descrizione, è un mondo virtuale, non una replica della realtà ma una sua estensione in cui ogni parte della nostra vita digitale (social, comunicazioni, gaming, lavoro) si fondono in un ambiente interconnesso a tre dimensioni in cui muoversi con degli avatar.
Il Metaverso tra opportunità e perplessità
Tutto questo non è una novità assoluta, almeno concettualmente, infatti progetti come Second Life all’inizio degli anni Duemila presentavano la stessa idea, così come già fanno gli attuali ambienti di gaming on line che utilizzano device di realtà virtuale. Quando però si parla di Metaverso l’idea è più complessa e legata al progresso delle infrastrutture della rete per permettere di integrare la vita quotidiana con il mondo virtuale attraverso realtà aumentata e ologrammi, quelle che nella lunga presentazione Zuckerberg definisce Mixed Reality experience.
Molte delle questioni più intricate, come per esempio che tipo di infrastrutture richiederà esattamente, sono liquidate con qualche frase qua e là. Tema da non sottovalutare è quello della Interoperatività, e cioè il fatto che tutto ciò che viene prodotto da terzi per il Metaverso dovrà adattarsi ai canoni di codice prescritti dall’azienda. Questo meccanismo porta al conseguente tentativo di mettersi in posizione di vantaggio (essere i primi a sviluppare questo tipo di sistema) senza però prendere in alcuna considerazione il rischio di creare un monopolio.
Altra questione ancora più complicata è quella dei dati sensibili e della privacy, che dovrebbe essere garantita da sistemi di sicurezza integrati, ma a cui le legislature dei paesi non sono ancora preparate, senza contare che questa azienda in particolare non si è distinta per trasparenza. Basti vedere le questioni legate alla gestione delle Fake News e delle Fake Ads, Cambridge Analityca o il ruolo di Facebook nell’organizzazione di rivolte e colpi di stato come quello in Myanmar per capire che gli standard di controllo fuori e dentro gli USA non sono affatto gli stessi, come spiega in un reportage di Vice News.
Verso un mondo sempre più corporate?
Il Metaverso è nel nostro futuro, già vediamo come il mondo digitale si stia sempre più integrando nella nostra vita quotidiana. Esistono uffici virtuali usati da case automobilistiche per la progettazione a distanza o app di realtà aumentata. La questione specifica riguarda però la convergenza di una intera galassia di applicazioni e piattaforme verso uno standard che definisce e gestisce la percentuale maggiore del web: comunicazione, svago, lavoro, social, diffusione di contenuti e streaming.
Questo, oltre ad andare nel senso opposto dall’idea originaria di Internet, pone reali rischi di discriminazione. Questa innovazione aumenterà ancora di più la forbice tra un occidente tecnologicamente avanzato e parti del mondo (le più povere) che non hanno accesso alla rete, incrementando esclusione economica e spopolamento. Si tratta di un passo in avanti nell’avere una rete sempre più formata da bolle private, grandi, spettacolari ed esclusive. In questo scenario sembra sempre più difficile immaginare una alternativa in grado di controbilanciare accentramenti di tecnologia e potere
