Odd ads: le pubblicità più assurde mai viste

Le réclame ci circondano, ci avvolgono, ci sovrastano. Al punto che il caro vecchio bombardamento pubblicitario anni ‘80, col suo tetto del 6% sul totale delle trasmissioni tv, adesso sarebbe invasivo come una carezza.
Naturale che tra i miliardi di quotidiani suggerimenti ci sia di tutto. Dal banale al politically correct, dal trasgressivo al vietato ai minori, dal quasi normale al quasi reato. In questa sede vorremmo ricordarne qualcuno dei più strani e assurdi, con qualche piccola avvertenza sull’uso.
Strano, come materna etimologia ci spiega, deriva dal latino extraneum. Tutto diventa ancora più chiaro se andiamo a vedere l’etimologia di assurdo, dal latino absurdus: dissonante. Qualcosa di alieno, cioè, al nostro modo di vedere e alla nostra cultura. Va da sé, quindi, che ogni interpretazione sia assolutamente soggettiva e figlia di un tempo e di un luogo ben precisi.

Pubblicità assurde: chissà cosa c’è dietro

In questo senso, le odd ads, pubblicità strane o assurde, non è detto che siano un fallimento o un disastro comunicativo. Magari in un altro momento, o paese, hanno avuto straordinario successo e comunque, occorre sempre ricordare il vero scopo di ogni pubblicità: far memorizzare un determinato prodotto. Stupire, sconcertare, se è il caso anche indignare, certo concorrono al raggiungimento di questo obiettivo. La prima che viene in mente è un’ormai vecchio cartellone della Tampax. In cui una ragazza in costume nuota tranquillamente in mezzo a un branco di squali. Il messaggio, a metà strada tra il rebus e il tabù, lusinga l’intelligenza dell’osservatore con un enigma fintamente complicato dall’assenza di testo. E al tempo stesso induce la giusta dose di sconcerto, toccando un argomento, per i tempi, tutt’altro che mainstream. La memorizzazione è assicurata.
La speranza è che nessuno abbia mai tentato di replicare l’esperimento dal vivo o che, quantomeno, il prodotto si sia dimostrato all’altezza della fama.

Disagio USA

Altro giro, altro regalo. Negli anni ’50 una ditta di pompe funebri anglosassone infestò i tabloid con l’immagine di una giovane coppia racchiusa in un cuoricino. If you had no idea, tuonava la scritta, what to get her for Valentine’s Day, imagine how overwhelming arranging her funeral would be.
Se non sai cosa regalarle per San Valentino, immagina quanto sarebbe difficile organizzare il suo funerale.
Con tanto di sottotitolo che invitava a prenotare le esequie con largo anticipo, concludendo con una perla degna di Savonarola: compassion is our passion.
Per quanto pratica e compassionevole, si nutrono comunque forti dubbi sul successo dell’iniziativa.
Non meno pragmatica la réclame di una palestra newyorkese negli anni ’80, che invitava a tonificare i glutei, sì da poterli fotocopiare meglio in caso di una festa in ufficio.
Perché si ritenesse utile, simpatico o necessario fotocopiare la propria retroguardia, durante gli office party, non è dato sapere. Unica possibile spiegazione è che il creativo attraversasse all’epoca una sua fase di forte disagio.
Rimanendo negli Usa, ci spostiamo a Madison, nel felice stato del Wisconsin, ove un certo Joe Sweeney si proponeva, h24, come esperto nel controllo e nella rimozione di animali fastidiosi, quali topi, pipistrelli e puzzole. Peccato solo che nel manifesto, insieme ai suddetti animali, sia raffigurato un neonato in pannolino. Come si suol dire: bene, ma non benissimo.
Andiamo verso nord. Anche in Canada, si sa, quello della guida in stato di ebbrezza è un bel problemone. Per fortuna accorre in soccorso il C.A.D.D (Citizens Against Drunk Driving) sorta di lega per la temperanza dei motorizzati, che nella sua campagna pubblicitaria promette ai neotemperati un regalone: a free sandwich with the purchase of 20 beers. Un panino ogni 20 birre comprate. Qualquadra non cosa, o giù di lì.
Il nord America si conferma cornucopia di nonsense con l’inserzione di uno studio dentistico associato. Ragazza con sorriso smagliante e scritta: Thanks to my dentist, I’m wearing my favourite jeans, again! Grazie al mio dentista, posso indossare di nuovo i miei jeans preferiti.
La spiegazione dev’essere racchiusa in oscure formule orfiche, riti tantrici o geroglifici dell’Alto Regno non ancora tradotti.

Maneggiare con molta cura

Facciamo ora un piccolo salto indietro, al 1953. La Du Pont, al tempo famosa produttrice di cellophane, tappezza i muri con l’immagine di tre neonati imbozzolati in una busta trasparente e la scritta: you see as many good things in Du Pont Cellophane. Guarda quante cose buone (si possono mettere) nel cellophane Du Pont.
Magari all’epoca faceva inorridire meno. In ogni caso, la campagna dev’essere andata così bene, che la Du Pont ha smesso di produrre cellophane.
Pur calandosi nello spirito del tempo, desta un certo sconcerto la réclame anni ’50 di un notissimo produttore di tabacco, che pubblicizzava le proprie sigarette come quelle raccomandate dall’Associazione Medici Americani.

Grandi scalpori per piccoli destinatari

Non si commetta però l’errore di credere che simili orrori siano solo roba da Medioevo pubblicitario.
Siamo nel 1993, la Nintendo lancia con gran fragore pubblicitario il Game Boy Micro che dovrebbe, almeno nelle intenzioni, rivoluzionare l’universo videoludico.
Nello spot un topolino bianco, visibilmente ingrifato, percorre a folle velocità un labirinto fino a raggiungere il Gameboy, per poi tentare freneticamente di accoppiarsi con esso, pro e contro natura.
Il perché di tutto questo è racchiuso nell’insondabile rete neuronale del creativo di turno.
Passano pochi anni e spunta fuori l’edificante spot di Playstation Portable (PsP). Due ragazzini che si pestano a sangue, con tanto di gocce rosse che schizzano e la scritta finale: Psp, il modo indolore di divertirsi. Un messaggio davvero accattivante per le famiglie.

Pubblicità assurde: Bel paese edition

Venendo in casa nostra, impossibile non ricordare quell’imprenditore che, avendo sentito parlare di detersivi biologici, tentò di lanciare il proprio fustino triologico. Autentico precursore della rivoluzione verde, forse troppo in anticipo sui tempi, o sulla sintassi, andò incontro al più crudele dei fallimenti.
Sempre in Italia, sul finire degli anni ’30. Dopo la criminosa invasione dell’Etiopia, la Società delle Nazioni sottopone il nostro paese a gravose sanzioni commerciali. A cui il fascismo reagisce propugnando l’autarchia e il ricorso a surrogati di produzione nazionale. Una serie di prodotti di scarsissima qualità e alto costo, tutti caratterizzati dal suffisso It o Ital, quale garanzia di patriottica origine. Il cuoital, il lanital, il Condit, una specie di ragù pronto di dubbia origine, e così via. Nell’enfasi autarchica, scandita come litania nelle trasmissioni radio, la ditta Luisa Spagnoli di Perugia lancia un nuovo tipo di lana, ricavata dal coniglio Angora, con lo slogan: La lana di coniglio è la lana degli italiani! Messaggio in lieve controtendenza, rispetto al machismo bellicista propugnato dal regime. Inutile dire che il povero creativo fu subito interrogato dalla polizia politica, la famigerata Ovra, andando incontro a parecchi problemi.

Questa rassegna è per forza di cose molto breve, per ragioni di spazio, quando l’immenso scibile delle umane stranezze richiederebbe forse un’enciclopedia dedicata. Come piccola chiosa, potremmo ricordare uno spot del 2017. Una povera mamma, all’oscuro delle virtù lightness del Buondì Motta, viene spietatamente centrata e incenerita da un meteorite. Per alcuni fu opera di raro genio, per altri si trattò di orribile spettacolo, con lunghissima striscia di polemiche tra detrattori e sostenitori.
Di fatto, per almeno una settimana non si parlò d’altro. A dimostrazione che il meteorite non era stato il solo a centrare il bersaglio.