Essere o apparire? La trappola del mondo social

Siamo nell’era degli Influencer. Una cerchia molto estesa di utenti in rete con migliaia di followers, che pubblicizza Brand attraverso Vlog, Challenge, Mukbang, e video tutorial.

C’è chi si diletta in cucina (Foodblogger), chi infonde la cura del proprio corpo insegnando esercizi di fitness, (Personal Trainer) e chi pubblica tutorial di make-up e moda (Fashionblogger). Insomma una frangia dilatata di guide online che alla fine diventano una vera e propria tendenza.

Parliamo di Youtuber, blogger, oppure semplici persone senza una vera specializzazione nel campo, che desidera condividere opinioni e proiettarle su uno schermo. Il loro mondo gira intorno a Facebook, Twitter e Instagram, ed utilizzano queste piattaforme per influenzare le menti e sviluppare maggiore carisma.

In effetti è proprio questo il fulcro del dilemma odierno. Come si usano i Social? C’è più esigenza di essere o apparire? La popolarità viene consegnata al sapere costruttivo o regalata ai bulimici del successo?

La comunicazione è una cosa seria, strettamente connessa all’informazione, all’accumulo di documenti di attualità e non deve mai cadere nel banale.

Per comunicare concetti utili al nostro vivere quotidiano, serve avere una certa predisposizione, ma soprattutto la consapevolezza del giro che i nostri messaggi fanno.

La maggior parte degli Influencer instaura un rapporto fluido e amichevole con i propri seguaci. Interagiscono in maniera disimpegnata, per poter attirare popolarità.

D’altronde i contenuti nei Social sono di frequente lo specchio delle generazioni di oggi: inconsistenti, sguarniti, parenti della noia e della solitudine. Una ossessiva manifestazione di infelicità, dove si spartiscono delusioni e rabbie represse.

Sono pochi coloro che sfruttano la rete per pubblicare argomenti fruttuosi, pregni di significati autentici, poiché l’aspetto umano è in totale declino. La bellezza intellettuale è vista come debolezza, un sapere empirico non poi così allettante da infondere. Forse perché la cultura richiama la riflessione e la riflessione traghetta domande scomode, dalle quali si tende fuggire.

In questo periodo storico, si ha solo voglia di raggiungere visibilità in poco tempo e di sparpagliare pezzi di vita intima al primo follower che lascia un like. Siamo avari nei sentimenti, poco empatici e sterili di valori. Elementi che vanno a collidere con la crescita sproporzionata del nostro ego, sempre più ingombrante e futile.

Nei ragazzi di oggi, dimora l’impellenza di nutrire la propria autostima, di incrementare elogi, di sentirsi amati e divinizzati, rischiando così di abbracciare il delirio di onnipotenza.  Fattori che prendono una piega sbagliata se impattano su coloro che non hanno un bagaglio emotivo solido, ma un groviglio di dubbi esistenziali, destinati ad aumentare. Individui fragili, facilmente influenzabili, sempre alla ricerca di una guida costante che li reindirizzi sulla via più consona al loro modo di vivere. Non sono nessuno se non appartengono ad una categoria specifica. Hanno bisogno di accodarsi ad altri e di cucirsi addosso una personalità estranea alla loro.

Per quanto possa sembrare Cool navigare in rete, bisogna ammettere che il suo pozzo è davvero insidioso. Capisci quanto è profondo solo se ci nuoti dentro. A volte ti va bene e altre volte fai fiasco. Il pericolo è sempre dietro l’angolo pronto a colpirti. Bisogna avere obiettività, cautela, buon senso e cosa più importante, non credere a tutto quello che si vede. I nostri occhi possono venir manipolati da meccanismi di mercato, difficili da dimostrare. E se la rete è mal gestita, diventa una trappola.

Può dare voce alla cattiveria, agli imbrogli, ai falsi profili dietro cui molti si rifugiano per sentirsi forti. Basti pensare all’uso inappropriato di parole con cui gli Haters sfogano ogni frustrazione. Una pioggia di epiteti offensivi, scritti a raffica per un godimento personale. Parole le cui ripercussioni portano a danni irreversibili.

Gli Haters sono esseri vendicativi e narcisisti. Reduci da episodi di bullismo, razzismo, mobbing o stupro. La loro critica viene urlata con violenza, divulgata con abuso, in una modalità di comunicazione dannosa per chiunque la legga. Un genere di confronto malsano, che sfocia in nodi sociali tanto complessi, da diramarsi in disagi e patologie difficili da districare. Come la tendenza suicida, l’anoressia, la depressione e l’anaffettività. Malanni dell’anima, che non risparmiano nessuno.

Con l’arrivo dei Social network la quotidianità di ognuno di noi sta perdendo smalto. Le relazioni collassano, le famiglie si disgregano e le amicizie diventano virtuali. Una realtà parallela che capovolge i criteri di giudizio, il ragionamento individuale e uccide perfino l’abilità di valutazione. Tutto è gonfiato, moltiplicato e nelle peggiori delle ipotesi, inventato ad arte per adescare vittime. Nel virtuale scattano giochi psicologici spietati, dove i sentimenti scorrono sulla tastiera e sovente finiscono in tragedia. Chi trascina la folla, sa perfettamente come farlo e su quali individui puntare, dunque meglio restare vigili per non incappare in situazioni antipatiche.

Oramai le esperienze private non sono più lucchettate da pudore, ma esibite senza remore, con volgare brama di ricavare guadagno. Tutto ciò che la memoria imprime nell’animo, viene poi svenduto in nome di una auspicata notorietà. Un baratto pericoloso, esente da filtri.

È anche vero che la vita degli altri suscita sempre un certo mistero, poiché laddove c’è segretezza, c’è altrettanta curiosità e tutto questo scatena movimenti mediatici infiniti, utili per coloro che necessitano di un marchio distintivo.

Quando entri nella folla, cerchi un modo per emergere e diventare qualcuno. Emuli personalità perverse, anarchiche e alla fine ti perdi nella menzogna scordando per strada il valore della tua interiorità. Purtroppo in questo millennio il carisma è un magnete, la bellezza un suppellettile e l’intelligenza una minaccia da evitare.

C’è chi pensa che l’estetica sia un garante o un intermediario capace di convertire i difetti in pregi e i complessi in abilità. Ma non dimentichiamoci che l’apparire è un palliativo che dura solo pochi istanti. Una figura che si specchia, che si avvinghia a noi per non morire e quasi mai combacia col nostro essere.

L’involucro con cui conviviamo con fedele devozione, è una parte materica destinata a scadere. Un guscio che invecchia e perde colpi, lasciandoci in balia del vento e dei suoi eterni soffi. Assume potere se abbinato allo spirito procace e volenteroso, che desidera capire il senso puro della vita, la direzione che prende il proprio evolvere e le motivazioni della nostra presenza qui.

Non basta una fisicità delineata per poterci sentire pieni.  Ciò che ci definisce è la dialettica, il ragionamento e il comportamento quotidiano. Sono i fatti, le opere e la condotta a dare corpo alla nostra immagine.

Non puoi essere qualcuno che non sei, se non ci lavori sodo lungo gli anni. Nel tempo si scopre che il niente, rimane niente. Magari un niente imbellettato, gonfiato o quintuplicato, ma come la matematica ci insegna, lo zero moltiplicato allo zero, rimane sempre e solo zero.

Se all’inizio il fascino traina, in seguito inganna. Il carisma funge da carburante, ma se il motore è scadente, prima o poi rimarrai a piedi. Ciò che l’intelletto assembla, la sola estetica brucia in un lampo, perché entrambi le parti se non unite, restano incomplete.

Colui che ha per dono una grande mente apparirà intrigante, ma un bello che non possiede tale grazia, trasmuta in sciocco.

La bellezza sarà pure una copertina stupenda, ma se non imprimi significati mentre la vita ti sfoglia, scoprirai di avere tanto e immenso bianco sulla carta.