“Are you a robot?” Il successo dei virtual influencer

Su Instagram ogni secondo vengono pubblicate quasi mille foto e dal 2010 sono state condivise almeno 50 miliardi di immagini. Questo flusso ininterrotto, in cui arte, moda e illustrazione si mescolano alle foto ricordo, meme ed animali ha cambiato il marketing e la società, termini come post, influencer o stories sono ormai di uso comune: solo in Italia sono 41 milioni gli utenti attivi sui social che condividono, si informano e soprattutto comprano. Solo su Instagram nel 2020 il 70% degli utenti ha usato l’app per scoprire nuovi prodotti e anche per questo motivo il ruolo degli influencer in questo modello di business è fondamentale.

Da grande voglio fare l’influencer: perché?

Il fenomeno degli influencer non è qualcosa nato insieme ai social ma attraverso Instagram è diventato una professione in grado di generare anche enormi profitti. Il rapporto di sponsorizzazione permette ai marchi di trovare le proprie nicchie, grandi o piccole, e alla persona di strutturare il proprio personal brand aumentando la popolarità sulla piattaforma. Quello che propongono è il proprio stile di vita, non esattamente la realtà, ma qualcosa di abbastanza credibile e che mischia quotidianità, finzione e pubblicità. Kim Kardashian (223 milioni di follower) ha dichiarato in una intervista per lo show My Next Guest Needs No Introduction che non sono i reality a generare le sue entrate principali quando un suo post sponsorizzato vale quanto il guadagno di una intera stagione, una cifra fra i 300 e i 500 mila dollari. Pochissimi sono in grado di eguagliare queste cifre ma l’influencer marketing è un settore in perenne sviluppo e sempre più aziende lo scelgono per il suo alto ROI anche se ovviamente ci sono aspetti negativi: non è facile scegliere la persona giusta e i contenuti potrebbero non essere all’altezza delle aspettative danneggiando il brand.

Virtual Influencers, quanti ne conosci?

Nell’aprile del 2016 su Instagram appare il profilo di Lil Miquela Sousa. Dalle foto sembra un personaggio digitale ma posta e comunica esattamente come ogni persona, cosa che crea un po’ di confusione e quindi attenzione. Nel 2018 Trevor McFedries e Sara Decou di Brud ammettono di essere i creatori della prima influencer virtuale. Attualmente il suo profilo è arrivato a tre milioni di follower e tra le sue immagini ha selfie con musicisti e attori, collaborazioni con Prada, Calvin Klein e Nike e interviste con Vogue e Guardian. Dopo di lei sono nati altri avatar come Blawko (sempre di Burd), Imma o i personaggi di supeperplastic, meno umani ma altrettanto virtualmente reali.

Perché investire sui virtual influencer

Il loro successo è dato da diversi fattori, sono una novità ma sono anche il frutto del lavoro di agenzie specializzate e sono un successo anche per i brand che scelgono di collaborare con loro perché permettono contratti più bassi, non richiedono spostamenti, possono lavorare 24 ore su 24 senza brutte sorprese e i post di influencer digitali sono in grado di generare tre volte l’engagement degli esseri umani. I problemi nascono quando insieme alla pubblicità questi avatar mescolano la politica: nel 2018 Bermuda, che si dichiara sostenitrice di Trump, apre uno scontro con Lil Miquela e il fatto che la cosa sia fosse stata pianificata a tavolino non è piaciuta. Una cosa simile è successa anche a Shudu, supermodella virtuale per l’empowerment delle donne di colore creata però da un uomo bianco che è stata recepita come un mezzo per perpetrare misoginia e razzismo e per questo il suo profilo si è riposizionato dall’attivismo all’influencing.

Come evolverà questo fenomeno resta difficile da intuire ma certo non scomparirà, per saperne di più il sito Virtual Humans si occupa dell’argomento in maniera approfondita con interviste ai creatori e permette anche di creare il proprio avatar.